L’amore di sé viene prima

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Il dolore dell’autrice investe il lettore a ogni pagina, ogni riga di questo libro.

La scelta delle parole, lo stile scarno e diretto, l’assenza di edulcorazioni e abbellimenti a posteriori della realtà: tutto punta all’essenzialità.
Teresa Ciabatti sembra voler accentuare solo i lati negativi, ambigui, oscuri; non si concede perdono o clemenza, è lucida e spietata.

Non si dà pace, non trova requie: scava nel passato suo e delle sua famiglia, indaga, ricostruisce, immagina. Cerca una colpa, un peccato originario, qualcosa o qualcuno a cui dare la responsabilità della sua infelicità cronica.
Teresa ha bisogno di sentirsi migliore di chi le ha fatto del male in passato, per legittimare la sua sofferenza presente. Si insinua in lei però il dubbio: davvero le cose sono andate così? O le ha distorte per farle aderire ai suoi ricordi?

“Chi è migliore? Colui che sopravvive al dolore, e io lo sono, io sono qui, sopravvissuta al buio del passato (era così buio?), al gorgo di un’infanzia infelice (ma poi: era così infelice? Sii onesta, Teresa Ciabatti…). Io sono una sopravvissuta, e voi no.”

D’altra parte: importa davvero com’è la realtà? Siamo il risultato della nostra percezione del mondo, non del mondo in sé. Viviamo esperienze, non oggetti. Non conta come sono accadute le cose, ma solo come hanno inciso su di noi, in che modo le abbiamo assorbite.
Teresa si descrive così: “Non so prendermi cura di nessuno, ho iniziali slanci di sentimento che subito muoiono lasciando le persone spiazzate: che ti ho fatto?”

Ha paura delle relazioni, dell’impegno, della continuità. Paura della serenità. Quella che può dare un rapporto equilibrato con se stessi e con gli altri. E allora meglio fuggire, andarsene prima di essere ferita, prevenire l’abbandono.
Come quello di sua madre, che per un anno intero scomparve, ibernata in un sonno indotto. La bella addormentata in carne e ossa, solo che non era una fiaba.

Fu per decisione del padre, il Primario Lorenzo Ciabatti, che Teresa – e suo fratello gemello Gianni – furono privati della madre per 12 mesi; doveva curarsi dalla depressione, era la diagnosi indiscutibile di quel padre divinità, monarca assoluto del piccolo mondo di Orbetello. Osannato, adulato, temuto, servito: quest’uomo chi era davvero?

Teresa se lo chiede da adulta: troppi fantasmi le impediscono di vivere nel qui e ora.
Il Prof. Ciabatti era un massone, implicato in affari poco o per nulla leciti, avaro di denaro e amore, manipolatore, burattinaio che giocava con le vite degli altri, anche dei più stretti famigliari. Incapace di slanci affettuosi, preoccupato solo di sé e della propria reputazione. Ipocrita. Malvagio. Bugiardo. Traditore.

Eppure lei, Teresa, era la più amata. O almeno così si è sentita per una parte della sua infanzia. La prediletta di un padre speciale, che le concedeva tutto e la viziava, diventa una ragazza insofferente, nevrotica, instabile, con un rapporto distorto col cibo.
Cos’è successo? In quale momento Teresa si è incrinata?

Il confronto tra il mondo esterno e quello chiuso e artefatto della villa al mare, o dell’ospedale dove regna il padre, porta Teresa a ridimensionare l’onnipotenza, il suo essere unica e destinata a un fulgido futuro di soli successi. Incontra i primi fallimenti e i primi desideri non esauriti, avverte lo scollamento tra la realtà e l’immaginazione, sente la delusione di scoprire lei e il padre “normali”. Come sopravvivere senza andare in pezzi?

Teresa fa quello che può, si protegge, indossa una corazza che la tenga distante dall’abisso. Anche da adulta, con la figlia piccola ha timore, come se toccandola potesse romperla, rovinarla. Crede di non sapersi prendere cura, non è capace, non vuole, non se lo merita.
Teresa manda in frantumi tutto ciò che tocca, persone e cose, meglio starle alla larga. Teresa è ancora la bambina svenuta nella piscina vuota della villa al mare; non è mai cresciuta. O forse sì, ma è solo un brutto sogno.

Come si può amare qualcun altro se non si ama se stessi?

La ruota

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La ruota.

Una delle tante evidenze che la vita sbatteva in faccia a Clara per ricordarle tutta la sua inadeguatezza.
Provava amore e odio verso le ragazzine che riuscivano a farla con estrema facilità.

Rincorsa, salto e… oplà, parabola perfetta.

Invece Clara era maldestra, completamente negata per ogni tipo di esercizio fisico più complesso del mettere un piede davanti all’altro.

La s-coordinazione impersonificata.
La ruota in spiaggia, poi.
Quella aveva il plus. Richiedeva un’estrema confidenza con il proprio corpo e un controllo di muscoli che ignorava esistessero.

Il mare era il luogo che amplificava al massimo il disagio di Clara verso il corpo. Non sapeva cosa farne, dove metterlo, come coprirlo. Si sentiva goffa quando si doveva alzare dal lettino, un anatroccolo dalla crescita bloccata, che non sarebbe mai diventato cigno. Figuriamoci cimentarsi in un esercizio fisico e di stile (per non sembrare una ciambella rotolante) come la ruota. C’erano invece quelle sue coetanee che a 10 anni sembravano avere già la precisa percezione di ogni centimetro di pelle e muscoli.

Rincorsa, salto, piroetta e voilà: esecuzione perfetta.

E il sofferto rapporto con la salsedine e il vento? Capelli crespi imprigionati in lacci e mollette nel tentativo di non averli gonfi come un carciofo, dopo il bagno e l’asciugatura “en plein air”. Ovviamente, nessuna precauzione funzionava e i ricciolini secchi spuntavano da ogni lato della testa, dando un’idea di estremo disordine e sciatteria.

Come le ciabatte, di cui non azzeccava mai il modello. Il suo problema era la totale assenza di tempismo. Trascorreva l’estate in attenta osservazione: alla fine della stagione, comprava le infradito. Solo che l’anno dopo andavano di moda gli zoccoli. Allora comprava gli zoccoli per l’anno successivo. E invece… boom di ciabattine fiorite. E così via.

– Ciao, sono Emma, vuoi giocare con me?
– Ciao, io sono Clara. Va bene. A cosa giochiamo?
– A me piace fare la ruota. Da 3 anni vado a ginnastica artistica e sono molto brava. E tu? La sai fare?
– No.
– Ti insegno io, se vuoi.
– Ok, proviamo.

Dopo un intero pomeriggio di tentativi, anche a Emma fu chiaro che Clara non era adatta per acrobazie sulla spiaggia. Era quasi più sconsolata di lei, faceva tenerezza. Aveva creduto davvero di poterla aiutare, cambiare: come mai non riusciva a fare una cosa che per lei era semplicissima, naturale come respirare? Non sapeva che la fedeltà all’immagine di goffa e maldestra bambina che Clara si era appiccicata addosso avrebbe vinto su tutto. A dieci anni come a venti, trenta, quaranta.

Siamo come gli altri ci vedono. Questo il credo inattaccabile su cui Clara aveva basato la sua vita. Diventare se stessi è un’opzione che non alberga in chi non si vuole abbastanza bene.

 

American Pastoral, il film

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Ho letto Pastorale Americana di Roth prima di diventare madre; ho visto il film che Ewan McGregor ne ha tratto dopo aver avuto mia figlia.
Credo sia qui la sola grande differenza, la lente attraverso cui la medesima storia acquista proporzioni, colori e coinvolgimenti diversi. E questo è l’unico accenno che farò al libro: non intendo confrontarlo con il film. Credo che ogni opera sia compiuta in sé, e si animi attraverso le vite di coloro con cui entra in contatto.

Sono certa che da adolescente avrei condannato senza appello questi genitori che sembrano così perfetti ma che evidentemente non sono capaci di giocare il loro ruolo con efficacia. Oggi, invece, non vedo nei loro comportamenti degli elementi tanto gravi da instillare nella figlia Merry la reazione eclatante che avrà. Cercano di dare il meglio, di educarla secondo i loro princìpi. Poteva andarle molto peggio, eppure. Eppure non basta perché la vita proceda serena.

American Pastoral è un infinito gioco di specchi, di maschere che ognuno indossa, dello slittamento tra ciò che si è e ciò che si vuol apparire, del dramma eterno di trasferire sugli altri l’idea che abbiamo di loro, corrisponda o meno alla realtà.

Il campione di football, la reginetta di bellezza, la figlia perfetta: tutti incastrati nei loro ruoli, in modo più o meno cosciente, incapaci o senza la voglia di capire se stanno vivendo una vita che appartiene a loro o agli altri.

Tutto fila tranquillo finché uno degli elementi dell’ingranaggio si rompe, non risponde alle richieste della famiglia e della società, si ribella. E, poco a poco, l’intero meccanismo impazzisce, non si tiene più insieme da solo.
Ognuno reagisce come può e come riesce. Chi prova a dimenticare tutto e partire da zero, oppure chi si accanisce nel cercare un senso, una giustificazione, un motivo che spieghi come l’impensabile sia potuto accadere.

Un tarlo, un’erosione continua scava nell’anima di Merry, fino a renderla pericolosa, vulnerabile e vulnerante, spaventosamente barricata negli slogan che, ripetuti senza contesto e senza ragione critica, risultano solo lettere accorpate senza un senso.

E i genitori assistono impotenti, incapaci di capire cosa la spinge: la osservano come un’estranea, non la riconoscono più. Senza farsi la domanda fondamentale: hanno mai guardato davvero Merry o si sono limitati a vederla come desideravano fosse?

Così è, se vi pare.

Un tuffo nella Café Society di Woody

Café Society

Un film leggero, nel senso nobile del termine. Una commedia che riesce a travestire anche gli episodi più violenti con un velo ironico, come appartenenti al normale corso della vita.

Adorabile il protagonista Bobby Dorfmann (Jesse Eisenberg), ennesimo alter ego del regista Woody Allen, dotato di acuta ironia, sagacia nelle osservazioni e un eloquio piacevolmente fluido.
Ammaliato dall’apparenza di Hollywood, Bobby si trasferisce da New York in California, dove suo zio Phil è un potente agente dei divi. Dopo qualche difficoltà, il nostro inizia a lavorare per lui e conosce Veronica detta Vonnie, giovane donna impiegata nell’azienda, che gli fa da guida turistica nei fine settimana. Manco a dirlo, Bobby se ne innamora e riesce per un periodo a conquistarla, ma le cose non vanno come previsto: torna quindi a New York, dove apre un night club insieme con il fratello maggiore Ben, gangster della mala.

In breve tempo il locale diventa il più famoso tra la “café society”, quel mix di modelle, politici, business men, artisti, insomma, della gente che conta.
Tra colpi di scena, situazioni tragicomiche, frasi memorabili del tipo “vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, e prima o poi ci azzeccherai”, i personaggi vengono delineati con pochi caratteristici tratti. La storia prosegue piacevole e rapida, tenuta viva dai carburanti presenti in ogni narrazione delle umane vicende: tentativi di riscatto sociale, amori tormentati e tradimenti, affari loschi, delusioni e vendette, miserie, fortuna, destino e talento.

Capitolo attrici: Bobby è diviso tra due donne bellissime, che si chiamano entrambe Veronica, una interpretata da Kristen Stewart e l’altra da Blake Lively. Avvolte da leggeri abiti di chiffon o di seta, con boa di piume e diademi sul capo, tra le due la Stewart appare più impacciata a vestire i panni di una signora dell’alta società degli anni ‘30. Si capisce che non sa bene dove mettere le lunghe braccia scoperte, e rimpiange probabilmente gli shorts e le canottiere striminzite di Into the Wild: è una ragazza troppo contemporanea.
Blake Lively invece sembra nata per indossare i lunghi vestiti fruscianti: anche lei alta e affusolata come la collega, si muove con estrema disinvoltura senza mai perdere l’eleganza. Perfetta.

Impressione, settembre

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Settembre è la luce calda, destinata a ridursi inesorabilmente nel procedere dell’autunno.

Un mese malinconico, che vedrà fallire la maggior parte dei buoni propositi accumulati durante l’estate: si scioglieranno come una treccia legata male, sfilacciandosi prima lentamente e poi di colpo tutti insieme.

Settembre è il vero inizio dell’anno, di cui gennaio è solo una copia mal riuscita a uso commerciale.

È l’esito delle ore di vacanza trascorse promettendosi che le cose cambieranno, sapendo che in realtà tutto – o quasi- resterà com’è. Le spiagge semivuote, con molti lettini chiusi e poche persone a godersi quella tranquillità. I vestiti pesanti che ricompaiono nelle vetrine dei negozi, sui giornali, e tu fingi di ignorarli perché è troppo presto.

Settembre è il ritorno a scuola, l’acquisto dei libri, l’emozione o la paura di rivedere i compagni di classe. La curiosità di capire se, per qualcuno, l’estate ha davvero mantenuto le promesse di felicità che aveva fatto a giugno.

La voglia di riprendere a guardare i film nelle avvolgenti poltroncine di una sala illuminata solo dallo schermo, e non sulle sedie arrabattate dei tanti cinema all’aperto in città dove usavi la locandina per sventolarti e non svenire dal caldo.

Settembre è l’aria fresca delle sere in cui passeggi per le vie più verdi della tua città, rincorrendo il ricordo delle vacanze appena trascorse.

Settembre porta con sé la consapevolezza che le stagioni seguono il loro ciclo incuranti dei nostri desideri, che la vita procede comunque e che in fondo ci piace così.

Non può essere sempre estate, bellezza.

L’estate è crudele, non permette di nascondere

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Da che ricordi, l’estate mi disturba.

Svela la bruttezza.
Dei corpi e delle cose.

Costretti a scoprirci per sopportare il caldo, mostriamo al mondo gonfiori, vene varicose, adipe, peli. Per non parlare degli odori sgradevoli che subiamo da vicini poco inclini a lavarsi.

La mia estate in città per molti anni era solo l’attesa che precedeva le lunghe vacanze in montagna prima e la ripresa della scuola poi. In pratica, non esisteva. E ancora oggi, per me resta in fondo un tempo sospeso, diluito e rarefatto. Un tasto pausa premuto a lungo.

La nostalgia alla fine delle lezioni, la solitudine di giornate lunghissime e calde che trascorrevo a leggere ogni cosa leggibile, la nebbiolina provocata dal calore dell’asfalto che rendeva le strade deformate, le vie vuote, i pomeriggi sdraiata in penombra sul letto o sul pavimento per ricevere un po’ di frescura.

E ancora: abiti appiccicosi, movimenti rallentati, zanzare, ghiaccioli sgranocchiati la sera sotto al portico.

Qualche bambino con cui giocare ogni tanto, e in generale poca vita all’aperto. La stagione più calda mi spingeva a stare in casa di più, invece che a uscire. Fuori mi sentivo persa: senza i riferimenti abituali della routine casa-scuola, percepivo il pericolo del vuoto, del tutto è possibile.

È solo da qualche anno che provo a non sospendermi per tre mesi, in attesa dei primi freschi e della ripresa della vita più familiare. Tento di cogliere il buono che l’estate offre: cene all’aperto, qualche pomeriggio in piscina, passeggiate la sera.

Ma prevale l’inadeguatezza a un periodo di cui non colgo il senso. Circondata da carrozzerie bollenti, saracinesche abbassate, chiuso-per-ferie, persone che si sventolano per farsi aria, pigramente accomodate su panchine o muretti o appollaiate su balconi mignon in improbabili tenute canottiera-mutande…

 

L’estate svela la bruttezza.
Delle anime.

Estratti dalla velocità della vita invernale, i pensieri non detti e forse neanche pensati, le malinconie più forti emergono dall’abisso in cui li ho cacciati e presentano il conto. L’estate è crudele, non permette di nascondere. Costringe a mostrarmi senza difese, accaldata e persa.

Odio l’estate.

Il giorno in cui l’Europa perse la sua innocenza

Altiero_Spinelli

Scrivo a caldo, ancora sotto la botta dell’adrenalina messa in circolo da un risveglio traumatico. Mi addormento – tardi – con gli “opinion polls” che danno in testa il Remain, e mi sveglio 6 ore dopo con la vittoria del Leave. E la Gran Bretagna che esce dall’Europa.

Come sto? Di sicuro non bene. Preoccupata, agitata, un misto di sentimenti che sfociano in uno solo: inquietudine.

Non so se riesco a spiegarmi: è come se la casa dove mi ero sentita al sicuro fino a ieri stesse crollando, a pezzi. Il futuro ora diviene totalmente incerto, ma non dell’incertezza bella, quella dell’imprevedibilità ineliminabile nella vita. Un’incertezza cupa, priva di speranza.

Appartengo a una generazione che si sente europea e che considera naturale muoversi, vivere, lavorare in tutto il continente senza limitazioni. Come un unico grande Paese. E invece oggi mi vengono a dire che non è così, ci siamo sbagliati, non esiste nessuna casa comune, nessun legame, niente. E me lo dicono quelli che hanno dai 50 anni in su e che hanno votato in maggioranza per andarsene, quelli che si sono presi il meglio del dopoguerra, il meglio che l’Europa poteva dare e oggi se ne vanno via spaventati perché temono per i loro quattro soldi. Egoismo e convenienza, uniche divinità da adorare.

Ah, un sentimento da aggiungere alla mia lista: la rabbia. Sono anche arrabbiata, e tanto.

Capisco bene che non era quella che viviamo ora l’Europa sognata da Spinelli, Rossi e Hirschmann nel Manifesto di Ventotene, che manca di cuore e passione e coraggio. Ma esiste, ed è già tantissimo perché prima non c’era. Era un miraggio, un’utopia, una visione che probabilmente appariva folle ai più. E continuo a pensare che l’Europa che non ci piace vada cambiata restandoci dentro, rendendola più umana e non solo un ammasso spesso imperscrutabile di regole e divieti. Non ho previsioni, soluzioni, non ho idea di ciò che succederà da oggi in poi, ma so che è l’inizio di un’altra epoca. Che non so bene che epoca sarà, per ora mi fa paura e mi mette in ansia per il futuro di mia figlia, dei nostri figli. La bandiera dell’Europa perde una stella, noi forse perdiamo la più grande opportunità di costruire pace che ci sia mai capitata.

Ad maiora.

La donna che scriveva racconti, di Lucia Berlin

La donna che scriveva racconti

Lucia Berlin ha la rara capacità di scrivere della realtà, anche banale, rendendola magnetica.

Nei 43 brani che compongono La donna che scriveva racconti, maldestra traduzione dell’inglese A Manual for Cleaning Women, incontriamo più o meno gli stessi personaggi ma visti da tante angolature diverse e con impercettibili variazioni.

Quasi sempre una madre alcolizzata, e poi a rotazione un nonno violento e pedofilo, un padre ingegnere minerario, una sorella ritrovata emotivamente solo quando sta per morire di cancro. Storie puntellate di uomini spesso violenti, tossicomani e tormentati, e di mille mestieri: donna delle pulizie, segretaria, centralinista, infermiera, insegnante.

Con la lievità propria dei grandi scrittori, Berlin tocca gli aspetti più crudi e oscuri delle nostre vite e ce li restituisce sotto forma di racconti lineari, depurati dalle passioni, asciutti eppure acutamente penetranti.

Una storia di vittime e di vinti, in cui l’obiettivo è farsi meno male di quanto già ci si è fatti, dove non c’è redenzione o lieto fine, ma solo lo scorrere della vita e dei suoi eventi.

Nessuna morale, nessuna lezione: siamo la somma di quello che ci è accaduto e alla fine il nostro margine di libera azione è limitato.

Non ci sono voglia di rivalsa, rabbia, rancore, rimpianti: Berlin riesce a farci credere che possiamo solo farci trasportare dalle onde dell’esistenza senza opporre molta resistenza.

Eppure le vicende dei personaggi raccontati sono intrise di passione e di dolore, di autodistruzione profonda: ferite aperte che non si rimargineranno mai, occasioni perse, scelte sbagliate.

La sensazione che possiamo davvero poco di fronte ai fatti della vita ci accompagna durante la lettura di tutto il libro. E forse il senso è racchiuso tutto qui, nelle pagine dell’ultimo racconto, intitolato Ritorno a casa:

“…Cos’altro mi sono persa? Quante volte nella vita sono stata, per così idre, sul portico dietro casa invece che su quello davanti? Cosa mi è stato detto che non ho sentito? Quale amore potrei non aver percepito? Queste domande sono senza senso. L’unico motivo per cui ho vissuto tanto a lungo è che ho lasciato andare il passato. Ho chiuso la porta in faccia al dolore, al pentimento, al rimorso. Se li lascio entrare, se apro anche solo una piccolissima fessura in un attimo di auto indulgenza, bum, ecco la porta spalancarsi, ed entrare bufere di sofferenza che mi devastano il cuore e mi oscurano gli occhi di vergogna e rompono tazze e bottiglie buttano a terra barattoli frantumano i vetri delle finestre e io inciampo grondante sangue sullo zucchero versato e i vetri rotti e rimango terrorizzata senza fiato finché tremando e con un ultimo singhiozzo non richiudo la pesante porta. Raccolgo i cocci per l’ennesima volta.”

Vince chi molla – Niccolò Fabi

Recensione apparsa sul numero 175 di Cultura Commestibile https://issuu.com/culturacommestibile/docs/rivista175

Cronache dalle elezioni di Cologno al Serio. Le uniche imprese impossibili sono quelle intentate

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Fino a non molto tempo fa, vincere – e vincere di così tanto – sembrava impossibile. Ma le uniche imprese impossibili sono quelle intentate. Bisogna provarci, per vincere.

E non è facile come può sembrare; possono prevalere la paura, la delusione, la mancanza di gratificazioni, le incomprensioni, le difficoltà. Ci vuole molto coraggio, per provarci.

Tutte le persone di Progetto Cologno hanno scelto il coraggio, sempre, anche quando le condizioni erano avverse: sono davvero speciali.

Due di loro ammiro in modo particolare, coloro che considero il fulcro del gruppo: Chiara Drago e Roberto Zampoleri. Perché in più di 5 anni non si sono mai arresi. E hanno saputo costruire, tessere, rammendare, ricreare, allargare, con attenzione e cura, superando i momenti in cui dedicare ogni energia e ogni secondo del proprio tempo libero alla politica sembrava forse inutile o privo di senso. Sono stati capaci di guardare oltre, di tener presente sempre l’orizzonte oltre al contingente.

Tutto questo condito da competenza, studio, ricerca sui temi amministrativi. Mica roba da poco.

Li ho osservati da lontano in questi ultimi due anni e devo dire che mi hanno insegnato – o restituito la fiducia- nel principio fondamentale per il quale bisogna lottare per le cose in cui si crede, prendendosi il rischio della sconfitta. Che non sarà mai un fallimento perché, se ci hai provato con caparbietà, allora è già un successo. Niente alibi, niente vittimismi, niente accuse al destino cinico e baro: a testa bassa lavorare, impegnarsi, crederci, coinvolgere.

E qualche volta può accadere perfino che ottieni ciò per cui hai lottato! Ma attenzione: non è una favola a lieto fine, bensì il finale di una storia di anni, sofferta e intensa. Un esito cercato, voluto, testardamente inseguito.

Ma quanto è bella questa lezione di politica (e di vita)?

Ecco, dal 6 giugno 2016, dopo 20 anni, finalmente a Cologno mi sento di nuovo a casa, come se fossi ritornata dopo un lungo viaggio. Mi sento parte di una nuova stagione, tutta da scrivere. E, anche se materialmente non contribuirò a nulla di ciò che Progetto Cologno realizzerà, è lo stesso bellissimo sapere che il paese in cui sono vissuta fino ai 30 anni e a cui resto molto legata è ora guidato da persone che vogliono solo svolgere al meglio il loro impegno civico e onorare la fiducia ricevuta. Senza arroganza, ma con semplicità, trasparenza, dedizione, affetto e intelligenza.

Grazie per aver scommesso e per aver vinto. Grazie.

 

 

Morire bruciata viva. A Roma, anno di grazia 2016

La storia di Sara, ragazza di 22 anni bruciata viva in auto da un suo ex fidanzato, mi ha colpita in modo particolare. Non so perché, forse semplicemente ero al limite e con questa sono esplosa. Il “femminicidio” non accenna a diminuire, anzi. Ex mariti, compagni o semplicemente amici, in comune una sola cosa: l’impossibilità di accettare il rifiuto. Essere respinti evidentemente tocca nel profondo questi piccoli individui meschini, incapaci di rapportarsi al mondo in modo equilibrato, di accettare che una donna non li voglia. Perché la donna è inferiore, non assurge al rango di “pari”; e, se con un uomo non si permetterebbero mai di minacciare, intimidire, perseguitare, con una donna invece sì. È normale. È logico. Se non vuole me, allora non avrà nessun altro. Perché io glielo impedirò. La ucciderò. Ma chi che ha ucciso Sara ha avuto dei complici: tutti quelli a cui ha raccontato le minacce, ha chiesto aiuto, ha condiviso la paura, e che non l’hanno spinta a denunciare. Che hanno minimizzato, e le hanno detto di stare tranquilla, o che esagerava. E quelli che sfrecciavano lungo la strada mentre lei terrorizzata e già inzuppata di alcool chiedeva aiuto e non si sono fermati né hanno chiamato la polizia per segnalare la cosa. Sarebbe bastato per evitarle la morte e magari per arrestare finalmente il suo ex. E invece no, Sara è morta arsa viva, come una Giovanna d’Arco dei nostri giorni, solo che il suo crimine non era l’eresia religiosa: era solo quello di essere una donna che ha scelto un fidanzato sbagliato.
Facciamo qualcosa di efficace, troviamo delle soluzioni, preveniamo: non posso accettare di lasciare a mia figlia un mondo così. Non voglio.

“La signora del quinto piano
ha un pitone in salotto
un guardiano fidato.
Il suo ex è ogni sera davanti al portone
con un martello in mano.
Non v’è ragione alcuna
di aver paura
di aver paura
questa è una conclusione
dei funzionari della questura”

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