Morire bruciata viva. A Roma, anno di grazia 2016

La storia di Sara, ragazza di 22 anni bruciata viva in auto da un suo ex fidanzato, mi ha colpita in modo particolare. Non so perché, forse semplicemente ero al limite e con questa sono esplosa. Il “femminicidio” non accenna a diminuire, anzi. Ex mariti, compagni o semplicemente amici, in comune una sola cosa: l’impossibilità di accettare il rifiuto. Essere respinti evidentemente tocca nel profondo questi piccoli individui meschini, incapaci di rapportarsi al mondo in modo equilibrato, di accettare che una donna non li voglia. Perché la donna è inferiore, non assurge al rango di “pari”; e, se con un uomo non si permetterebbero mai di minacciare, intimidire, perseguitare, con una donna invece sì. È normale. È logico. Se non vuole me, allora non avrà nessun altro. Perché io glielo impedirò. La ucciderò. Ma chi che ha ucciso Sara ha avuto dei complici: tutti quelli a cui ha raccontato le minacce, ha chiesto aiuto, ha condiviso la paura, e che non l’hanno spinta a denunciare. Che hanno minimizzato, e le hanno detto di stare tranquilla, o che esagerava. E quelli che sfrecciavano lungo la strada mentre lei terrorizzata e già inzuppata di alcool chiedeva aiuto e non si sono fermati né hanno chiamato la polizia per segnalare la cosa. Sarebbe bastato per evitarle la morte e magari per arrestare finalmente il suo ex. E invece no, Sara è morta arsa viva, come una Giovanna d’Arco dei nostri giorni, solo che il suo crimine non era l’eresia religiosa: era solo quello di essere una donna che ha scelto un fidanzato sbagliato.
Facciamo qualcosa di efficace, troviamo delle soluzioni, preveniamo: non posso accettare di lasciare a mia figlia un mondo così. Non voglio.

“La signora del quinto piano
ha un pitone in salotto
un guardiano fidato.
Il suo ex è ogni sera davanti al portone
con un martello in mano.
Non v’è ragione alcuna
di aver paura
di aver paura
questa è una conclusione
dei funzionari della questura”

Purity: Franzen non delude

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Dopo qualche giorno di decantazione dalla fine lettura credo di essere pronta a scrivere poche righe su Purity, l’ultimo romanzo di Jonathan Franzen.

Un libro denso, ricco, un universo di sentimenti eventi segreti stipato in oltre 630 pagine, che una si domanda come sia possibile vi stia senza che il volume esploda e mandi in circolo tutta la vita che contiene.

Franzen migra continuamente nel tempo e nello spazio, in un viaggio che ripercorre più volte in apparenza lo stesso tragitto andata e ritorno, ma ad ogni passaggio scopre una nuova curva, si accorge di uno scorcio prima ignorato, accelera in alcuni punti e rallenta in altri.

Sono i personaggi, con il dipanarsi delle proprie vite, a creare le storie che si intrecciano in un’unica sinfonica trama generale. In ognuno dei 7 capitoli si scoprono particolari e informazioni relativi ai protagonisti, con l’anima e il corpo impregnati del proprio tempo. La Germania dell’Est comunista, con la sua fine e la riunificazione, gli USA dagli anni ’90 ad oggi, la Bolivia attuale: scenari apparentemente senza alcun legame, ma che accompagnano il lettore in modo continuo e del tutto naturale.

Franzen passa dal mondo di Purity, che dopo la laurea lavora in un call center per mantenersi e provare a ripagare il suo debito universitario, a quello di Andreas, che è uno dei leader dello spionaggio online insieme ad Assange o Snowden. Ma è solo uno dei molti casi in cui mescola cronaca, storia e finzione letteraria, grandi avvenimenti come la Seconda Guerra mondiale o la caduta del muro di Berlino a momenti insignificanti delle vite dei singoli. Dal particolare all’universale, e viceversa, ma in un movimento rotatorio e vorticoso che mi ha incollata a ogni pagina, a ogni parola anzi, assetata di scoprire cosa sarebbe accaduto ma anche preoccupata che tutto potesse finire.

Per non parlare delle raffinatezze psicologiche: l’intero libro potrebbe benissimo essere una grande seduta di analisi del Novecento e dei primi anni Duemila. Leggendo solo i dialoghi tra Anabel e Tom si assiste alla messa in scena delle peggiori e perduranti nevrosi occidentali, dall’interpretazione del femminismo al rapporto con l’Autorità, dalla ricerca della propria identità al tentativo naïf di azzerare le differenze di genere e censo.

Il senso di colpa dell’Occidente attraversa sotterraneo tutta la trama, presentandosi indifferentemente come rimorso per un fatto grave o per un semplice cattivo comportamento. Anche se non vorremmo (davvero, non vorremmo?), siamo intrisi dal super-Ego di freudiana memoria. L’innocenza, se mai c’è stata, è irrimediabilmente perduta.

Insomma, un romanzo poderoso, un esemplare caso di scrittura magnetica, con una capacità stra-ordinaria di raccontare ogni cosa rendendola interessante.

Consiglio vivamente l’immersione in questo paradiso artificiale, il luogo ideale dove vive la letteratura. Attenzione però all’hangover che prende pesantemente dopo l’ultima pagina.

 

 

 

 

Tutto è finzione: Ave, Cesare!

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Una trama che rasenta l’inesistenza non basta a stroncare quest’ultimo film dei fratelli Coen.

Nonostante limiti evidenti, la visione è piacevole e i 106 minuti di proiezione scorrono abbastanza fluidi; questo grazie all’abilità dei registi, che riescono con il mestiere a supplire i vuoti di dialoghi e azioni.

Sia nel timbro sia nel linguaggio pomposo e aulico, la voce narrante fuori campo fa il verso a quelle dei film degli anni ’40 e ’50, periodo d’ambientazione del film. Le vicende di Mannix (James Brolin), manager di uno degli Studios di Hollywood, s’intrecciano con quelle dei suoi attori e della guerra fredda in versione parodia.

Traspaiono da ogni frame l’amore e la conoscenza della storia del cinema americano, shakerati con una buona dose d’ironia che evita lo stucchevole effetto nostalgia. La satira dei Coen nei confronti del sistema Hollywood, seppure lucida, non appare mai spietata: in realtà i registi provano affetto per quel mondo, e si vede.

L’attività dello Studio di Mannix comprende tutti i principali filoni cinematografici dell’epoca: musical, film acquatici, storici e western. Davanti alla maggior parte delle scene veniamo colti da botte di déjavu, e ricordiamo spezzoni di film intercettati le mattine estive in cui ci annoiavamo a morte oppure in improbabili orari notturni. Ma forse l’amarcord vale solo per le generazioni nate entro gli anni ’80; per i millennials, i riferimenti e le citazioni di Ave, Cesare! potrebbero essere del tutto prive di significato e fuori da ogni orizzonte di senso.

George Clooney, Scarlett Johansonn, Channing Tatum, James Brolin medesimo, interpretano personaggi senza sfaccettature, con una o al massimo due espressioni. Stereotipi e caricature della Hollywood d’oro degli Studios, che gestivano ogni aspetto della vita delle star e ne coprivano spesso vizi e vicende considerate non in linea con la loro immagine.

Un mondo patinato, un po’ pazzo, intriso di retorica, dove anche i cosiddetti congiuratori “comunisti” – sceneggiatori che non si sentono abbastanza pagati e valorizzati dagli Studios – complottano in una villa di design a picco sulla scogliera di Malibù ma non riescono ad esprimere concetti che vadano oltre frasi di Marx imparate a memoria.

Nessun personaggio sembra avere una vita reale, tutti appaiono come perenni attori di un’enorme sceneggiatura globale. Insomma, un film omaggio alla Hollywood che fu, senza particolari pretese, da vedere per rilassarsi e non pensare per un po’.

Gli Oscar li hanno dati. Ora parliamo di cose serie: i vestiti sul red carpet!

Come per ogni importante evento che preveda passerelle, red carpet e in generale sfilate di celebrità, anche per la notte degli Oscar c’è la curiosità di sapere come si sono agghindate le dame – e magari qualche signore eccentrico. Siamo sincere: l’esperta di moda che alberga in ognuna di noi in realtà non vede l’ora di stroncare gli outfit delle dive, una sorta di risarcimento morale. Non sempre veniamo esaudite però, e spesso dobbiamo riconoscere che le belle e famose sono pure vestite bene, ahimè.

Non potendo mettere a tacere il mio dark side Meryl Streep-Miranda Priestley, ho individuato alcune vittime che giudicherò in modo imparziale (più o meno) collocandole in Paradiso, Purgatorio o all’Inferno.

SÌ                                                                                                                     

Charlize Theron (Jason Merritt/Getty Images)

Charlize Theron: ok, con quel corpo è difficile stare male, ma lei sa sempre valorizzarsi al massimo. Abito Dior, rosso che di più non si può, nonostante le profonde scollature fronte/retro riesce a non risultare volgare o eccessivo. Lo strascico bilancia la mancanza di stoffa nella parte superiore e il preziosissimo collier anni ’20 con lungo pendente floreale è assolutamente perfetto.

Cate Blanchett (Jason Merritt/Getty Images)

Cate Blanchett: un delicatissimo verde acqua, con fiori applicati in rilievo che sembrano ninfee galleggianti, evita l’effetto “principessa delle favole” grazie al taglio perfetto. E alla classe con cui lo porta l’impeccabile Cate. Gioielli Tiffany e clutch in nuance a completare il look.

Julianne Moore (Jason Merritt/Getty Images)

Julianne Moore: in nero Chanel, l’abito è reso particolare dalla scollatura geometrica con ricami in paillettes e dalla gonna svasata in pizzo. Parure orecchini, anello, bracciale di Chopard per completare.

Margot Robbie (VALERIE MACON/AFP/Getty Images)

Margot Robbie: ero indecisa se metterla qui o tra i “ni”. L’abito a scaglie dorate uscito direttamente dagli anni ’80, con tanto di spalline, è una scelta rischiosa, soprattutto per una bionda. Lei però è talmente bella che le si può concedere un bonus, e chiudere un occhio sulla clutch nera con tanto di coda.

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Brie Larson (Jason Merritt/Getty Images)

Brie Larson: se vinci l’Oscar, il tuo look rimarrà nella storia. Brie poteva impegnarsi un po’ di più, quindi. Va bene il colore blu elettrico, bene le ruches della gonna, passi anche la cintura gioiello, ma la parte superiore è talmente semplice da risultare anonima. Per non parlare della mezza coda in testa: un’acconciatura da liceale di provincia, più che da diva.

Actress Alicia Vikander arrives on the red carpet for the 88th Oscars on February 28, 2016 in Hollywood, California. AFP PHOTO / VALERIE MACON / AFP / VALERIE MACON (Photo credit should read VALERIE MACON/AFP/Getty Images)

Alicia Vikander: abito Louis Vuitton, dal colore insolito ma che ben si abbina con la carnagione abbronzata dell’attrice. Ricami argentati, come i sandali a stiletto. La lunghezza asimmetrica della gonna e quel drappeggio finale però fanno un po’ tenda della nonna.

Jennifer Garner (Jason Merritt/Getty Images)

Jennifer Gardner: abito impeccabile, un Versace dalla scollatura a cuore, gonna drappeggiata, nero, perfetto passepartout per le serate eleganti. E allora cosa c’è che non va? Niente, è questo il problema: doveva osare un po’ di più. Senza infamia e senza lode.

Jennifer Lawrence (Jason Merritt/Getty Images)

Jennifer Laurence: il pizzo e l’effetto nude mettono in risalto il suo fisico perfetto, ma il corpetto non convince del tutto. Saranno le tre strisce nette in evidenza, che sembrano linee di pennarello nero messe lì non si capisce bene perché.

NO

Olivia Wilde e il marito Jason Sudeikis (Jordan Strauss/Invision/AP)

Olivia Wilde: quelle bretelle copricapezzoli sono già discutibili da sole, ma le mezze alette sulle spalle gridano vendetta. L’abito sembra un grembiule indossato a pelle. Bocciato anche il choker, che fa tanto Brenda di Beverly Hills.

Leonardo DiCaprio e Kate Winslet (Jordan Strauss/Invision/AP)

Kate Winslet: con tutta la simpatia per una che non si sottomette alla dittatura della taglia 40, questo vestito proprio non le dona. Sembra una specie di sacco nero lucido, il tessuto ricorda il latex usato per l’abbigliamento fetish. La linea a sirena è adatta al suo fisico, ma sottolinea troppo le curve creando un antiestetico effetto insaccato.

Heidi

Heidi Klum: la riprova che un corpo statuario non è sufficiente per un buon outfit. Fiori troppo grossi, eccesso di veli, scollatura asimmetrica inspiegabile. Heidi, perché?

Jennifer Jason Leigh (Jordan Strauss/Invision/AP)

Jennifer Jason Leigh: cara, hai sbagliato taglia, colore e modello. Vedi tu.

Le foto sono prese da http://www.ilpost.it/2016/02/29/oscar-2016-foto-red-carpet/

The Danish Girl o sul non mentire

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The Danish Girl non è un film sull’amore, ma sul coraggio.

Einar, pittore paesaggista discretamente noto, è sposato da qualche anno con Gerda, anche lei pittrice, ma di ritratti. La loro unione nasce e cresce in un ambiente abitato da artisti, nella Danimarca di inizio Novecento, tra mostre, vernici, feste. Einar, più famoso della moglie, non partecipa però quasi mai agli eventi mondani a cui viene invitato, perché gli sembra di “dover recitare se stesso”.

Beh, ma dove sta il coraggio?
Si trova in Einar, quando a poco a poco lascia spazio a Lili, la donna che vive in lui ma che ha sempre rinnegato, e le permette di esistere. O in Gerda, che non lascia mai solo il marito nel suo percorso di consapevolezza, lottando con lui e per lui, contro un mondo che non li capisce ma li giudica.
Il coraggio del medico tedesco che ė disposto a tentare per la prima volta al mondo un’operazione molto rischiosa, o il coraggio di Hans, amico d’infanzia di Einar che, ritrovandolo molti anni dopo, non si fa spaventare da ciò che vede.
Il coraggio insomma di agire ascoltando sempre il cuore, anche se fa paura, anche se si viene presi per pazzi, anche se c’è in gioco la vita, anche se il rischio è enorme.

Diventare ciò che si è, ovvero smettere di raccontarsi bugie, eliminare gli alibi: impresa complicatissima, ma solo chi vi riesce può dire di aver vissuto davvero. Ed Einar lo sa bene, se mette sopra tutto curarsi da “quella malattia che gli ha dato un corpo sbagliato”, il corpo di un uomo.

Un film che tratta un argomento come la transessualità poteva essere affrontato con un uso/abuso di corpi e di scene di nudo, mentre il regista Tom Hooper rifiuta un approccio pruriginoso o scabroso e mantiene la cinepresa lontana dal buio delle camere da letto.
E sceglie la via migliore, per ribadire una volta di più che il sesso non è una questione biologica, ma un affare sentimentale, di cuore e cervello. Perché puoi nascere in un corpo maschile (o femminile), ma non significa che tu, dentro, ti senta un uomo (o una donna).

Gerda vede Lili con il cuore, prima che con la mente, e la dipinge. E così la mostra anche a Einar, che l’aveva dimenticata: serve un ri-conoscimento esteriore per trovare la via interiore verso se stessi.

Come ci ha insegnato Almodòvar quando, in Tutto su mia madre, fa dire ad Agrado: “una più è autentica quanto più somiglia all’idea che ha sognato di se stessa”.

La spremuta

“Sveva, perché non bevi la spremuta d’arancia che ti ho preparato? Al nido la prendi sempre”

“Perché al nido è buona, la tua è schifA”

Soddisfazioni dell’essere madre.

The Hateful Eight: tre ore e non sentirle

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“I detestabili otto”: in effetti, i protagonisti dell’ultimo film di Tarantino non sono proprio persone simpatiche: ognuno possiede una buona dose di violenza, avidità, cattiveria, anche se alla fine li ami tutti lo stesso, a dispetto del titolo.

Ok, confesso subito di essere di parte perché amo Quentin Tarantino e il suo modo di raccontare storie, ma davvero le quasi tre ore di proiezione sono passate senza che me ne accorgessi. Volate. E non è proprio scontato, visto che il film è ambientato praticamente tutto in un emporio sperduto sulle montagne del Wyoming durante una bufera di neve.

Siamo nel periodo successivo alla guerra di secessione americana, e i protagonisti che l’hanno animata sono ancora vivi, così come i loro rancori reciproci.  Gli Stati Uniti cercano di darsi una struttura democratica unitaria, ma è difficile costruire una grande nazione da zero. Diciamo che regna un simpatico caos, nonostante i mandati che ognuno, su richiesta, esibisce a garanzia della legalità del proprio ruolo: sceriffi, cacciatori di taglie, boia.

Lo stratagemma narrativo peculiare del thriller di rinchiudere un gruppo di persone, tutte sospette e tutte possibili bugiarde, in uno spazio isolato per un tempo abbastanza lungo non è certo inedito -a me per esempio ha ricordato subito “I dieci piccoli indiani” di René Clair, ma vi sono davvero molti altri film a cui far appello- tuttavia, Tarantino riesce a creare ugualmente attenzione e coinvolgimento. Alcune scene splatter, i personaggi spesso surreali o molto caratterizzati, meccanismi propri del genere western visti innumerevoli volte, non tolgono veridicità o suspense alla trama. Non pensi di essere davanti a un film di fantascienza o in costume; ti cali nel tempo della presidenza di Abramo Lincoln – spesso citato dai protagonisti – e dai credito alla storia che ti stanno raccontando.

I protagonisti, dicevo.  Le loro vite si incrociano per caso, eppure ognuno scopre di avere dei legami con qualcuno degli altri; alla fine in pratica si conoscono tutti, per fama o direttamente. Spesso mossi da voglia di vendetta, sospettosi e guardinghi, non si fanno scrupoli a sparare. E sono a loro modo simpatici: merito dei dialoghi che recitano, spesso sarcastici, sicuramente un po’ surreali messi in bocca a personaggi decisamente grezzi. Ma è anche per questo che adoro Tarantino: la capacità di sorprenderti e di spiazzarti nelle trame che appaiono scontate (c’è chi può aver pensato: un altro Western? No, grazie), la cura nei dettagli, l’eccesso costruito di alcune scene.

Quentin, marry me!

Il cibo ti fa brutta

Potere. Potere e controllo. Onnipotenza, insomma.
La sensazione data dal calo veloce dei chili sulla bilancia. La percezione potente del legame causa-effetto tra la conta dei chicchi di riso e la perdita di peso. Rituale rassicurante, certezza del risultato, ebbrezza del dominio sul corpo.

Un corpo odiato. Un corpo da annullare.

Non è mai servito ad alcunché. Ingombro, peso, fatica.
Incapace di fare sport, maldestro nei movimenti, goffo, preso in giro.
Sedersi e sentire la carne molle dell’addome che si arrotola e sporge in fuori, ostentando la sua bruttezza con fastidiosa arroganza.

Tutti gli sguardi cadranno su questa pancia che non sento parte di me, che non tollero. Lo so, guarderanno solo qui.

“Qual è il tuo più grande desiderio?”
Scuoiarmi.

Spogliarmi della pelle, della carne, di tutto. Togliermi questo inutile fardello che mi porto dietro. Essere trasparente, leggera, inconsistente. Puro spirito.

Fuggire gli specchi, l’immagine che mi rimandano: un ammasso di carne sgraziato, senza proporzioni, sgradevole.

Analizzo ogni singolo alimento che dovrà entrare nel mio corpo, dettaglio precisamente macronutrienti, calorie, combinazioni.

In principio tento anche di seguire criteri “sani”, alterno proteine, carboidrati, fibre, ma continuo a sentirmi ingombrante e la bilancia non dice quello che vorrei. Così comincio a togliere un po’ di tutto: le foglie di insalata, gli spicchi degli agrumi, verifico, controllo, peso, scarto.
Troppo, ancora troppo.

Bevo molta acqua, prendo lassativi, voglio depurarmi. Ogni volta che ingoio qualcosa di solido mi sento sporca, piena, mi vergogno. Seguo il percorso del bolo: bocca, gola, esofago, stomaco; percepisco il passare di ogni singola parte di cibo, granelli di odio che entrano in me. Non li voglio. Solo spirito, la carne è male.

Perdo peso sempre più velocemente, finalmente sento di poter controllare il mio corpo prima ribelle. Ora è docile, sta al suo posto, buono, ogni giorno più leggero e meno prepotente. Non pretende più di essere il protagonista: adesso le persone quando mi guardano possono vedere me e non lui.

Nella mia giornata mangio 3 pezzi di mela da 10 grammi ciascuno, 10 fili di carota tagliati sottili, un albume cotto e bevo acqua. Sono felice, anche se mi stanco più facilmente di prima. Mi chiedono come faccia a stare in piedi: ma io sto bene, non vedete? Studio, vado in palestra, sto bene.

Mia madre non compra più le riviste perché dice che ci sono ragazze troppo magre e mi influenzano. Come se mi importasse di quelle là. La questione è solo tra me e il mio corpo.

I miei genitori sono preoccupati, dicono che se continuo così potrei morire, pensano di ricoverarmi. Non sono così magra, tra l’altro. Quando mi guardo allo specchio vedo ancora curve odiose. Loro dicono che non ci sono, ma io so che mentono. Sono invidiosi di me, di come riesco a controllare tutto. E allora provano a spaventarmi, a dirmi che sono malata.

E poi, cosa vogliono? Quando ero grassa non mi chiedevano se stavo bene, se qualcosa non andava. E io volevo solo essere vista. Ora che peso poco più di una bambina invece, e dovrei essere trasparente, mi stanno col fiato sul collo. Perché non hanno continuato a ignorarmi?

Sveva e il sole

“Hai visto che c’è il sole oggi?”

“Sì, Sveva”

“L’ho chiamato io. Ho fatto tu tuuu (suono del telefono) e lui è venito (non è un refuso)”

 

Ho una figlia molto fiduciosa nelle sue possibilità

 

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