Dopo qualche giorno di decantazione dalla fine lettura credo di essere pronta a scrivere poche righe su Purity, l’ultimo romanzo di Jonathan Franzen.

Un libro denso, ricco, un universo di sentimenti eventi segreti stipato in oltre 630 pagine, che una si domanda come sia possibile vi stia senza che il volume esploda e mandi in circolo tutta la vita che contiene.

Franzen migra continuamente nel tempo e nello spazio, in un viaggio che ripercorre più volte in apparenza lo stesso tragitto andata e ritorno, ma ad ogni passaggio scopre una nuova curva, si accorge di uno scorcio prima ignorato, accelera in alcuni punti e rallenta in altri.

Sono i personaggi, con il dipanarsi delle proprie vite, a creare le storie che si intrecciano in un’unica sinfonica trama generale. In ognuno dei 7 capitoli si scoprono particolari e informazioni relativi ai protagonisti, con l’anima e il corpo impregnati del proprio tempo. La Germania dell’Est comunista, con la sua fine e la riunificazione, gli USA dagli anni ’90 ad oggi, la Bolivia attuale: scenari apparentemente senza alcun legame, ma che accompagnano il lettore in modo continuo e del tutto naturale.

Franzen passa dal mondo di Purity, che dopo la laurea lavora in un call center per mantenersi e provare a ripagare il suo debito universitario, a quello di Andreas, che è uno dei leader dello spionaggio online insieme ad Assange o Snowden. Ma è solo uno dei molti casi in cui mescola cronaca, storia e finzione letteraria, grandi avvenimenti come la Seconda Guerra mondiale o la caduta del muro di Berlino a momenti insignificanti delle vite dei singoli. Dal particolare all’universale, e viceversa, ma in un movimento rotatorio e vorticoso che mi ha incollata a ogni pagina, a ogni parola anzi, assetata di scoprire cosa sarebbe accaduto ma anche preoccupata che tutto potesse finire.

Per non parlare delle raffinatezze psicologiche: l’intero libro potrebbe benissimo essere una grande seduta di analisi del Novecento e dei primi anni Duemila. Leggendo solo i dialoghi tra Anabel e Tom si assiste alla messa in scena delle peggiori e perduranti nevrosi occidentali, dall’interpretazione del femminismo al rapporto con l’Autorità, dalla ricerca della propria identità al tentativo naïf di azzerare le differenze di genere e censo.

Il senso di colpa dell’Occidente attraversa sotterraneo tutta la trama, presentandosi indifferentemente come rimorso per un fatto grave o per un semplice cattivo comportamento. Anche se non vorremmo (davvero, non vorremmo?), siamo intrisi dal super-Ego di freudiana memoria. L’innocenza, se mai c’è stata, è irrimediabilmente perduta.

Insomma, un romanzo poderoso, un esemplare caso di scrittura magnetica, con una capacità stra-ordinaria di raccontare ogni cosa rendendola interessante.

Consiglio vivamente l’immersione in questo paradiso artificiale, il luogo ideale dove vive la letteratura. Attenzione però all’hangover che prende pesantemente dopo l’ultima pagina.

 

 

 

 

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