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Il ponte delle Spie. Perché secondo me non dovreste perderlo.

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Se qualcuno ha ancora dei dubbi su chi bisognava tifare ai tempi della guerra fredda, questo film glieli toglierà subito: USA tutta la vita. Democrazia, imperfetta certo, ma reale e in ogni caso preferibile alla mancanza di libertà, all’uguaglianza finta e stucchevole, al tetro reticolo burocratico dell’URSS e dei suoi Stati satelliti.

D’altra parte è un film di Spielberg: la scelta tra il bene e il male è scontata e inevitabile. Ci pensa però la sceneggiatura dei fratelli Coen a infarcirlo con battute taglienti e uno stile decisamente sarcastico.

Atmosfera anni ’50 – il decennio successivo si affaccia ma non fa in tempo a dettare lo stile – donne con vite minuscole strette in busti steccati, reggiseni a punta, gonne sartoriali, camicette di seta, golfini d’angora, décolletés tacco 5, perle al collo e ai lobi. Uomini in abiti blu o grigi, cravatte sottili, cappotti dalle spalle ampie, borsalino portati di sbieco. Un’eleganza che non esiste più e che non sapremmo ricreare nemmeno volendo: lo spirito di ogni epoca è irreversibile e unico.

Un mondo diviso tra buoni e cattivi in modo abbastanza severo, dove l’avvocato assicurativo Donovan ha ben presente il suo posto. All’inizio sembra solo uno dei tanti rappresentanti della middle class americana, cinico quanto basta, sposato con una bionda curatissima, tre figli carini, villetta e la vita prestabilita. Uno strato di sana ipocrisia – “non importa che sia la verità, dammi qualcosa a cui aggrapparmi”, dice la moglie ad un certo punto- a cementare il tutto.

Trovarsi a difendere il presunto agente segreto russo Abel gli dona uno spessore che altrimenti non avremmo immaginato. Donovan si rivela, come gli dirà lo stesso Abel, un “uomo tutto d’un pezzo”.  È un avvocato, e non sarà meno scrupoloso solo perché il suo assistito è considerato un comunista nemico degli USA. Di sicuro pesa il fascino che esercita su di lui la figura di Abel, serafico in ogni situazione, mai turbato o preoccupato. Quando Donovan gliene chiede conto, il russo risponde con uno spiazzante “Servirebbe?”.

Il rapporto tra i due va oltre quello professionale: si crea un legame che definire di amicizia è forse troppo, ma che di sicuro è basato sul rispetto reciproco. Non è poco in quella situazione, in quel periodo.

L’integrità e la fedeltà alla Costituzione americana – “il manuale delle regole” che garantisce la convivenza civile – lo fa approdare addirittura nella Berlino dove si sta costruendo il muro e lo introduce nel mondo della CIA e dei servizi segreti del blocco sovietico, dove si muove con testardaggine, abilità, spregiudicatezza e anche un po’ d’incoscienza. Fedele a se stesso in modo quasi commovente, Donovan ci piace perché è lui il vero eversivo, non Abel: rifiuta l’apparenza, sfugge da ciò che gli altri si aspettano faccia, sceglie la via più complicata ma che ritiene la più giusta. Crede e lavora per trovare soluzioni ai conflitti del suo tempo.

Una sorta di manifesto del pensiero che lo guida si trova nella frase che pronuncia verso la fine del film: “Ragazzo, non conta quello che pensano gli altri, tu sai quello che hai fatto”. Bravo Donovan, di speranza abbiamo bisogno come il pane.