Morire bruciata viva. A Roma, anno di grazia 2016

La storia di Sara, ragazza di 22 anni bruciata viva in auto da un suo ex fidanzato, mi ha colpita in modo particolare. Non so perché, forse semplicemente ero al limite e con questa sono esplosa. Il “femminicidio” non accenna a diminuire, anzi. Ex mariti, compagni o semplicemente amici, in comune una sola cosa: l’impossibilità di accettare il rifiuto. Essere respinti evidentemente tocca nel profondo questi piccoli individui meschini, incapaci di rapportarsi al mondo in modo equilibrato, di accettare che una donna non li voglia. Perché la donna è inferiore, non assurge al rango di “pari”; e, se con un uomo non si permetterebbero mai di minacciare, intimidire, perseguitare, con una donna invece sì. È normale. È logico. Se non vuole me, allora non avrà nessun altro. Perché io glielo impedirò. La ucciderò. Ma chi che ha ucciso Sara ha avuto dei complici: tutti quelli a cui ha raccontato le minacce, ha chiesto aiuto, ha condiviso la paura, e che non l’hanno spinta a denunciare. Che hanno minimizzato, e le hanno detto di stare tranquilla, o che esagerava. E quelli che sfrecciavano lungo la strada mentre lei terrorizzata e già inzuppata di alcool chiedeva aiuto e non si sono fermati né hanno chiamato la polizia per segnalare la cosa. Sarebbe bastato per evitarle la morte e magari per arrestare finalmente il suo ex. E invece no, Sara è morta arsa viva, come una Giovanna d’Arco dei nostri giorni, solo che il suo crimine non era l’eresia religiosa: era solo quello di essere una donna che ha scelto un fidanzato sbagliato.
Facciamo qualcosa di efficace, troviamo delle soluzioni, preveniamo: non posso accettare di lasciare a mia figlia un mondo così. Non voglio.

“La signora del quinto piano
ha un pitone in salotto
un guardiano fidato.
Il suo ex è ogni sera davanti al portone
con un martello in mano.
Non v’è ragione alcuna
di aver paura
di aver paura
questa è una conclusione
dei funzionari della questura”

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