Don’t panic

Un negozio vicino all’uscita del centro commerciale, così è più facile andarsene, se si sente male. 
Sudori freddi, tachicardia, brividi, capogiri: questo è “sentirsi male”. Una sintesi che trova efficace, quando nella testa si ripete formule magiche calmanti.

Sei adulta
Stai calma
Respira piano
Aspetta e poi passa

Quindi l’obiettivo odierno, la prova per il corpo e la mente di L., è entrare nel negozio di un affollato centro commerciale e fare shopping. O fingere di farlo. L’importante è restare in quella trappola per un tempo medio, senza scappare. Però, almeno che sia un negozio vicino alla via di fuga.

Parcheggia, la conta dei passi fino all’ingresso, 1, 2, 3, 4, 5, oddio quanti sono, 6, 7, 8… arrivata. Si comincia.
È andata bene, questa volta.

L. è contenta ma non sollevata. Non si sente mai al sicuro, sa che può succedere tutto da un momento all’altro, in qualsiasi posto, senza cause apparenti.

E allora il corpo si sfalda, la carne si scioglie, le ossa si frantumano. Come la cera di una candela che cola, goccia a goccia, come la lava di un vulcano che esce dal cratere e si spande sui fianchi della montagna. Il sé scivola da ogni parte, si divide in migliaia di rigagnoli che si allontanano dal centro. Con fatica L. cerca di rabboccare, di contenere la fuoriuscita, ma, appena chiusa una falla, se ne apre un’altra. Squarci nella mente che si trasferiscono nel corpo. E anche la realtà attorno non è più solida, non esiste posto che sia al sicuro dal dissolvimento, dalla liquefazione, dall’evaporazione.

Tutto è investito da una coltre di precarietà e inconsistenza. Incubi che tornano dal passato, da cassetti polverosi dove avrebbero dovuto restare per sempre. Il futuro buio, senza speranza, pieno di paura e angoscia.
La solitudine come unica compagna di vita, uno strato trasparente eppure solidissimo che separa L. dal resto del mondo. Così si protegge, pensa. Dalle emozioni troppo intense, dal batticuore, da ogni situazione che può coinvolgerla troppo. Ma, in cambio, ottiene solo tristezza. E una spiacevole sensazione di assistere alla vita che passa veloce.
Gli anni di Università sono un grumo nebuloso denso di ansia, scuse per escludersi da tutto, occasioni perse che non torneranno. “Ero davvero io?”, si chiede L. “Chi ha vissuto la mia vita mentre ero impegnata a scansarla?”

L. è così stanca. Quanti anni sono che combatte con queste oscurità? Da quanto non è più serena? Non stare bene con se stessi è la peggiore delle condanne, perché non puoi scappare. Mai.

Lo sfinimento di passare al setaccio ogni gesto compiuto o subìto, ogni parola, detta o ascoltata, ogni sfumatura della giornata per capire cosa l’ha fatta agitare. Cos’ha provocato l’ansia. Secondi minuti ore giorni trascorsi così, richiusa su se stessa come una crisalide incapace di diventare farfalla, il bozzolo, una prigione eterna.
E gli alibi, i cambi di programma, gli spostamenti, la veloce fantasia: tutti metodi per evitare situazioni stressanti, che al solo pensiero generano ansia. Non un ottimo metodo per mantenere le amicizie. Da fuori appare incostante volubile e inaffidabile; invece è solo l’enorme paura dentro che non sa come esprimere. Se ne vergogna. Perché è un chiaro segno di imperfezione, di debolezza. Perché la marchia come diversa, e mai sarà come gli altri. Ma non nel senso voluto, una specialità splendente, da ammirare; no, una specialità ben più opaca, senza fascino, terra e fango.

E quando, dopo molti anni e terapeuti diversi, ancora si sente sfiorare dall’abisso, quanto sale la vergogna. Quanto risuona prepotente l’inadeguatezza. Torna la domanda perenne: avrà mai uno sguardo di tenerezza verso di sé? O sarà sempre la sua più spietata giudice e carceriera?

 

 

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