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La grande scommessa. Film eticamente complicato

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La grande scommessa ha questo merito: rendere minimamente comprensibile il mondo della finanza a quelli come me, che appena sentono anche solo da lontano parlare di cifre e operazioni matematiche più complesse di somma/sottrazione entrano in uno stato catatonico grazie all’immediata disconnessione di tutte le sinapsi neuronali.

Non si può però dire che il film invogli a diventare esperti di Borsa e affini: i personaggi che girano attorno al vortice di banche, fondi, assicurazioni, mutui, rating, milioni anzi miliardi di dollari sono accomunati dall’essere tutti più o meno diversamente nevrotici, tronfiamente arroganti o perfidamente amorali. È evidente il messaggio: la finanza fa male, e molto.

E così incontriamo un ex trader che ha abbandonato Wall Street schifato dal marcio che vi ha visto dentro e ora vive nella campagna del Colorado, ma è disposto ad aiutare due brillanti e intraprendenti ragazzi che creano il loro fondo finanziario partendo da un garage (ah, il garage! Vi ricorda nessuno?) e nell’arco di tre anni passano da 110.000 a 3 milioni di dollari di patrimonio. Brad Pitt sempre tanto bello, in versione barbuta e stropicciata, interpreta un personaggio che ricorda moltissimo il Robert Redford “vero” – quello che si è inventato il Sundance Film Festival, per dire – veste in fustagno e camicie a quadri, mangia e coltiva bio e ha tanto a cuore le cause umanitarie. Ingoia continuamente granuli che suppongo omeopatici, fa l’idrocolon e depura la terra del suo orto con un composto a base di urina.

C’è poi Ryan Gosling nei panni del dipendente di una grande banca, giovanotto elegante e tampinato da un assistente ammaestrato, che fiuta la grande bolla immobiliare con due anni di anticipo e non si fa troppi scrupoli nel giocare la sua partita su più campi diversi.

Ecco Christian Bale dare vita a un ex medico con occhio di vetro, una specie di genio matematico che lavora immerso in complicati calcoli finanziari col sottofondo di musica hard rock sparata al massimo volume, scalzo e in bermuda e t-shirt, chiuso in un mondo inaccessibile anche ai suoi più vicini collaboratori. Dotato di moglie e figlia che compaiono solo in fotografia su phone non ancora smart, non si sente tagliato per le relazioni interpersonali (difficile dargli torto) e comunica principalmente via email.

Steve Carell, infine, interpreta un banchiere dedito a smascherare truffe e raggiri, colpito da poco dal suicidio del fratello, che sembra fare di ogni vicenda una battaglia vitale e personale. E’ quello che, insieme al personaggio di Brad Pitt, si fa molte domande sul risvolto tragico che coinvolgerà milioni di persone se la scommessa contro il sistema banche, cioè contro l’economia americana (e quindi mondiale), dovesse rivelarsi vincente.

E sono forse proprio le grandi questioni etiche ciò che ci lascia davvero La grande scommessa: sedimentano nelle nostre teste, una volta setacciata la fitta trama e accantonata la miriade di informazioni tecnico-finanziarie da cui siamo bombardati dall’inizio alla fine.

La responsabilità personale dove arriva? Fino a che punto siamo vittime e dove iniziamo ad essere carnefici? Si può davvero combattere il sistema essendo una parte di esso? La giustizia esiste o esistono cifre in grado di comprare tutto? Che ruolo ha l’informazione nella costruzione e nel mantenimento del potere? Chi può dirsi davvero dalla parte della verità?

 “Non è colpa nostra, è così che va il mondo”

dice una dirigente della Standard and Poor’s al banchiere che le chiede conto del meccanismo malato e vizioso messo in moto dai mutui subprime.

Basta questo ad assolverci?