Categoria: Shake

Smart che?

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Nell’agenzia dove lavoro c’è una componente femminile decisamente maggioritaria: lo smartworking quindi è stato spesso evocato, desiderato, e probabilmente mitizzato.

Ora che, a causa della pandemia, il sogno smartworking si è avverato per oltre un anno, la situazione mostra i pregi e i limiti di questo metodo di lavoro.

Il vero punto dirimente è la presenza di figli: se ne hai almeno uno, il tuo working non sarà mai smart. Devi gestire i pargoli a briglia sciolta, con in più l’incombenza dell’home schooling. 

Per me, che ho solo una figlia in prima primaria, tradotto in spiccioli significa: scaricare le lezioni video e i compiti, suddividerli in cartelline per materia e giorno di esecuzione, sottoporglieli sperando di catturare la sua attenzione, dare fondo a tutta la pazienza di cui sono dotata per richiamarla all’ordine mentre è distratta da mille altri input. Infine, ottenuti i preziosi compiti, mandarli alle insegnanti per la correzione.

Questo q u o t i d i a n a m e n t e. E mentre stai cercando di collegarti via Skype con le colleghe, oppure mandare delle email, scrivere dei testi, insomma, lavorare.

Affinché una donna con figli possa davvero lavorare “agilmente” da casa, servono spazio e solitudine; serve, come direbbe la saggia Virginia Woolf, una stanza tutta per sé (e possibilmente qualcuno che controlla che nel frattempo la casa non prenda fuoco).

Ma se pensate che chi è senza figli sia indenne ai disagi, vi sbagliate. 

Per lavorare da casa deve poter contare su almeno due cose certe: una buona connessione e l’accesso ai software e ai documenti aziendali.

Sembra facile, ma chiunque abbia provato a collegarsi da remoto al computer dell’ufficio sa che c’è sempre qualcosa che non va. Non si capisce per quale motivo, il malefico genio delle connessioni VPN dissemina la strada dell’accesso al server di insidiosi ostacoli.

E la rete adsl o la fibra ha dei cali di potenza perché tutti la stanno usando nel palazzo, quindi altro che super velocità.

Altro aspetto da considerare: il tempo di lavoro, a casa, si dilata estremamente. Non ci sono più limiti orari, ogni momento è buono per rispondere a una email o riprendere quel lavoro interrotto.

Esistono però anche aspetti positivi del lavorare a casa: gestione autonoma del tempo, poi… Poi?

Stavo per scrivere “vicinanza alla cucina”, ma questo in realtà è un danno: distrae e, dopo molti giorni, rischia di generare momenti di panico sulla bilancia.

La verità è che ci vuole molta autodisciplina per non essere fagocitati dal telelavoro: bisogna lottare contro l’euforia da mancanza di regole e darsene di precise. Alzarsi a un’ora utile per avere la mattinata davanti per lavorare, non guardare i social se non a cadenze di un paio d’ore, concedersi una sola pausa caffè (breve). Staccarsi dal computer per il pranzo, dedicarsi alla preparazione del cibo come un momento di pulizia mentale, e poi riprendere nel pomeriggio con le stesse regole della mattina.

Tutto questo, sempre che i figli non ti cerchino ogni 5 secondi, la connessione funzioni e i tuoi documenti siano facilmente reperibili.

Insomma, se devo dire la mia: bello lo smartworking, ma non ci vivrei. Ci andrei in vacanza.

 

American Pastoral, il film

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Ho letto Pastorale Americana di Roth prima di diventare madre; ho visto il film che Ewan McGregor ne ha tratto dopo aver avuto mia figlia.
Credo sia qui la sola grande differenza, la lente attraverso cui la medesima storia acquista proporzioni, colori e coinvolgimenti diversi. E questo è l’unico accenno che farò al libro: non intendo confrontarlo con il film. Credo che ogni opera sia compiuta in sé, e si animi attraverso le vite di coloro con cui entra in contatto.

Sono certa che da adolescente avrei condannato senza appello questi genitori che sembrano così perfetti ma che evidentemente non sono capaci di giocare il loro ruolo con efficacia. Oggi, invece, non vedo nei loro comportamenti degli elementi tanto gravi da instillare nella figlia Merry la reazione eclatante che avrà. Cercano di dare il meglio, di educarla secondo i loro princìpi. Poteva andarle molto peggio, eppure. Eppure non basta perché la vita proceda serena.

American Pastoral è un infinito gioco di specchi, di maschere che ognuno indossa, dello slittamento tra ciò che si è e ciò che si vuol apparire, del dramma eterno di trasferire sugli altri l’idea che abbiamo di loro, corrisponda o meno alla realtà.

Il campione di football, la reginetta di bellezza, la figlia perfetta: tutti incastrati nei loro ruoli, in modo più o meno cosciente, incapaci o senza la voglia di capire se stanno vivendo una vita che appartiene a loro o agli altri.

Tutto fila tranquillo finché uno degli elementi dell’ingranaggio si rompe, non risponde alle richieste della famiglia e della società, si ribella. E, poco a poco, l’intero meccanismo impazzisce, non si tiene più insieme da solo.
Ognuno reagisce come può e come riesce. Chi prova a dimenticare tutto e partire da zero, oppure chi si accanisce nel cercare un senso, una giustificazione, un motivo che spieghi come l’impensabile sia potuto accadere.

Un tarlo, un’erosione continua scava nell’anima di Merry, fino a renderla pericolosa, vulnerabile e vulnerante, spaventosamente barricata negli slogan che, ripetuti senza contesto e senza ragione critica, risultano solo lettere accorpate senza un senso.

E i genitori assistono impotenti, incapaci di capire cosa la spinge: la osservano come un’estranea, non la riconoscono più. Senza farsi la domanda fondamentale: hanno mai guardato davvero Merry o si sono limitati a vederla come desideravano fosse?

Così è, se vi pare.

Un tuffo nella Café Society di Woody

Café Society

Un film leggero, nel senso nobile del termine. Una commedia che riesce a travestire anche gli episodi più violenti con un velo ironico, come appartenenti al normale corso della vita.

Adorabile il protagonista Bobby Dorfmann (Jesse Eisenberg), ennesimo alter ego del regista Woody Allen, dotato di acuta ironia, sagacia nelle osservazioni e un eloquio piacevolmente fluido.
Ammaliato dall’apparenza di Hollywood, Bobby si trasferisce da New York in California, dove suo zio Phil è un potente agente dei divi. Dopo qualche difficoltà, il nostro inizia a lavorare per lui e conosce Veronica detta Vonnie, giovane donna impiegata nell’azienda, che gli fa da guida turistica nei fine settimana. Manco a dirlo, Bobby se ne innamora e riesce per un periodo a conquistarla, ma le cose non vanno come previsto: torna quindi a New York, dove apre un night club insieme con il fratello maggiore Ben, gangster della mala.

In breve tempo il locale diventa il più famoso tra la “café society”, quel mix di modelle, politici, business men, artisti, insomma, della gente che conta.
Tra colpi di scena, situazioni tragicomiche, frasi memorabili del tipo “vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, e prima o poi ci azzeccherai”, i personaggi vengono delineati con pochi caratteristici tratti. La storia prosegue piacevole e rapida, tenuta viva dai carburanti presenti in ogni narrazione delle umane vicende: tentativi di riscatto sociale, amori tormentati e tradimenti, affari loschi, delusioni e vendette, miserie, fortuna, destino e talento.

Capitolo attrici: Bobby è diviso tra due donne bellissime, che si chiamano entrambe Veronica, una interpretata da Kristen Stewart e l’altra da Blake Lively. Avvolte da leggeri abiti di chiffon o di seta, con boa di piume e diademi sul capo, tra le due la Stewart appare più impacciata a vestire i panni di una signora dell’alta società degli anni ‘30. Si capisce che non sa bene dove mettere le lunghe braccia scoperte, e rimpiange probabilmente gli shorts e le canottiere striminzite di Into the Wild: è una ragazza troppo contemporanea.
Blake Lively invece sembra nata per indossare i lunghi vestiti fruscianti: anche lei alta e affusolata come la collega, si muove con estrema disinvoltura senza mai perdere l’eleganza. Perfetta.

L’estate è crudele, non permette di nascondere

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Da che ricordi, l’estate mi disturba.

Svela la bruttezza.
Dei corpi e delle cose.

Costretti a scoprirci per sopportare il caldo, mostriamo al mondo gonfiori, vene varicose, adipe, peli. Per non parlare degli odori sgradevoli che subiamo da vicini poco inclini a lavarsi.

La mia estate in città per molti anni era solo l’attesa che precedeva le lunghe vacanze in montagna prima e la ripresa della scuola poi. In pratica, non esisteva. E ancora oggi, per me resta in fondo un tempo sospeso, diluito e rarefatto. Un tasto pausa premuto a lungo.

La nostalgia alla fine delle lezioni, la solitudine di giornate lunghissime e calde che trascorrevo a leggere ogni cosa leggibile, la nebbiolina provocata dal calore dell’asfalto che rendeva le strade deformate, le vie vuote, i pomeriggi sdraiata in penombra sul letto o sul pavimento per ricevere un po’ di frescura.

E ancora: abiti appiccicosi, movimenti rallentati, zanzare, ghiaccioli sgranocchiati la sera sotto al portico.

Qualche bambino con cui giocare ogni tanto, e in generale poca vita all’aperto. La stagione più calda mi spingeva a stare in casa di più, invece che a uscire. Fuori mi sentivo persa: senza i riferimenti abituali della routine casa-scuola, percepivo il pericolo del vuoto, del tutto è possibile.

È solo da qualche anno che provo a non sospendermi per tre mesi, in attesa dei primi freschi e della ripresa della vita più familiare. Tento di cogliere il buono che l’estate offre: cene all’aperto, qualche pomeriggio in piscina, passeggiate la sera.

Ma prevale l’inadeguatezza a un periodo di cui non colgo il senso. Circondata da carrozzerie bollenti, saracinesche abbassate, chiuso-per-ferie, persone che si sventolano per farsi aria, pigramente accomodate su panchine o muretti o appollaiate su balconi mignon in improbabili tenute canottiera-mutande…

 

L’estate svela la bruttezza.
Delle anime.

Estratti dalla velocità della vita invernale, i pensieri non detti e forse neanche pensati, le malinconie più forti emergono dall’abisso in cui li ho cacciati e presentano il conto. L’estate è crudele, non permette di nascondere. Costringe a mostrarmi senza difese, accaldata e persa.

Odio l’estate.

Il giorno in cui l’Europa perse la sua innocenza

Altiero_Spinelli

Scrivo a caldo, ancora sotto la botta dell’adrenalina messa in circolo da un risveglio traumatico. Mi addormento – tardi – con gli “opinion polls” che danno in testa il Remain, e mi sveglio 6 ore dopo con la vittoria del Leave. E la Gran Bretagna che esce dall’Europa.

Come sto? Di sicuro non bene. Preoccupata, agitata, un misto di sentimenti che sfociano in uno solo: inquietudine.

Non so se riesco a spiegarmi: è come se la casa dove mi ero sentita al sicuro fino a ieri stesse crollando, a pezzi. Il futuro ora diviene totalmente incerto, ma non dell’incertezza bella, quella dell’imprevedibilità ineliminabile nella vita. Un’incertezza cupa, priva di speranza.

Appartengo a una generazione che si sente europea e che considera naturale muoversi, vivere, lavorare in tutto il continente senza limitazioni. Come un unico grande Paese. E invece oggi mi vengono a dire che non è così, ci siamo sbagliati, non esiste nessuna casa comune, nessun legame, niente. E me lo dicono quelli che hanno dai 50 anni in su e che hanno votato in maggioranza per andarsene, quelli che si sono presi il meglio del dopoguerra, il meglio che l’Europa poteva dare e oggi se ne vanno via spaventati perché temono per i loro quattro soldi. Egoismo e convenienza, uniche divinità da adorare.

Ah, un sentimento da aggiungere alla mia lista: la rabbia. Sono anche arrabbiata, e tanto.

Capisco bene che non era quella che viviamo ora l’Europa sognata da Spinelli, Rossi e Hirschmann nel Manifesto di Ventotene, che manca di cuore e passione e coraggio. Ma esiste, ed è già tantissimo perché prima non c’era. Era un miraggio, un’utopia, una visione che probabilmente appariva folle ai più. E continuo a pensare che l’Europa che non ci piace vada cambiata restandoci dentro, rendendola più umana e non solo un ammasso spesso imperscrutabile di regole e divieti. Non ho previsioni, soluzioni, non ho idea di ciò che succederà da oggi in poi, ma so che è l’inizio di un’altra epoca. Che non so bene che epoca sarà, per ora mi fa paura e mi mette in ansia per il futuro di mia figlia, dei nostri figli. La bandiera dell’Europa perde una stella, noi forse perdiamo la più grande opportunità di costruire pace che ci sia mai capitata.

Ad maiora.

La donna che scriveva racconti, di Lucia Berlin

La donna che scriveva racconti

Lucia Berlin ha la rara capacità di scrivere della realtà, anche banale, rendendola magnetica.

Nei 43 brani che compongono La donna che scriveva racconti, maldestra traduzione dell’inglese A Manual for Cleaning Women, incontriamo più o meno gli stessi personaggi ma visti da tante angolature diverse e con impercettibili variazioni.

Quasi sempre una madre alcolizzata, e poi a rotazione un nonno violento e pedofilo, un padre ingegnere minerario, una sorella ritrovata emotivamente solo quando sta per morire di cancro. Storie puntellate di uomini spesso violenti, tossicomani e tormentati, e di mille mestieri: donna delle pulizie, segretaria, centralinista, infermiera, insegnante.

Con la lievità propria dei grandi scrittori, Berlin tocca gli aspetti più crudi e oscuri delle nostre vite e ce li restituisce sotto forma di racconti lineari, depurati dalle passioni, asciutti eppure acutamente penetranti.

Una storia di vittime e di vinti, in cui l’obiettivo è farsi meno male di quanto già ci si è fatti, dove non c’è redenzione o lieto fine, ma solo lo scorrere della vita e dei suoi eventi.

Nessuna morale, nessuna lezione: siamo la somma di quello che ci è accaduto e alla fine il nostro margine di libera azione è limitato.

Non ci sono voglia di rivalsa, rabbia, rancore, rimpianti: Berlin riesce a farci credere che possiamo solo farci trasportare dalle onde dell’esistenza senza opporre molta resistenza.

Eppure le vicende dei personaggi raccontati sono intrise di passione e di dolore, di autodistruzione profonda: ferite aperte che non si rimargineranno mai, occasioni perse, scelte sbagliate.

La sensazione che possiamo davvero poco di fronte ai fatti della vita ci accompagna durante la lettura di tutto il libro. E forse il senso è racchiuso tutto qui, nelle pagine dell’ultimo racconto, intitolato Ritorno a casa:

“…Cos’altro mi sono persa? Quante volte nella vita sono stata, per così idre, sul portico dietro casa invece che su quello davanti? Cosa mi è stato detto che non ho sentito? Quale amore potrei non aver percepito? Queste domande sono senza senso. L’unico motivo per cui ho vissuto tanto a lungo è che ho lasciato andare il passato. Ho chiuso la porta in faccia al dolore, al pentimento, al rimorso. Se li lascio entrare, se apro anche solo una piccolissima fessura in un attimo di auto indulgenza, bum, ecco la porta spalancarsi, ed entrare bufere di sofferenza che mi devastano il cuore e mi oscurano gli occhi di vergogna e rompono tazze e bottiglie buttano a terra barattoli frantumano i vetri delle finestre e io inciampo grondante sangue sullo zucchero versato e i vetri rotti e rimango terrorizzata senza fiato finché tremando e con un ultimo singhiozzo non richiudo la pesante porta. Raccolgo i cocci per l’ennesima volta.”

Vince chi molla – Niccolò Fabi

Recensione apparsa sul numero 175 di Cultura Commestibile https://issuu.com/culturacommestibile/docs/rivista175

Cronache dalle elezioni di Cologno al Serio. Le uniche imprese impossibili sono quelle intentate

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Fino a non molto tempo fa, vincere – e vincere di così tanto – sembrava impossibile. Ma le uniche imprese impossibili sono quelle intentate. Bisogna provarci, per vincere.

E non è facile come può sembrare; possono prevalere la paura, la delusione, la mancanza di gratificazioni, le incomprensioni, le difficoltà. Ci vuole molto coraggio, per provarci.

Tutte le persone di Progetto Cologno hanno scelto il coraggio, sempre, anche quando le condizioni erano avverse: sono davvero speciali.

Due di loro ammiro in modo particolare, coloro che considero il fulcro del gruppo: Chiara Drago e Roberto Zampoleri. Perché in più di 5 anni non si sono mai arresi. E hanno saputo costruire, tessere, rammendare, ricreare, allargare, con attenzione e cura, superando i momenti in cui dedicare ogni energia e ogni secondo del proprio tempo libero alla politica sembrava forse inutile o privo di senso. Sono stati capaci di guardare oltre, di tener presente sempre l’orizzonte oltre al contingente.

Tutto questo condito da competenza, studio, ricerca sui temi amministrativi. Mica roba da poco.

Li ho osservati da lontano in questi ultimi due anni e devo dire che mi hanno insegnato – o restituito la fiducia- nel principio fondamentale per il quale bisogna lottare per le cose in cui si crede, prendendosi il rischio della sconfitta. Che non sarà mai un fallimento perché, se ci hai provato con caparbietà, allora è già un successo. Niente alibi, niente vittimismi, niente accuse al destino cinico e baro: a testa bassa lavorare, impegnarsi, crederci, coinvolgere.

E qualche volta può accadere perfino che ottieni ciò per cui hai lottato! Ma attenzione: non è una favola a lieto fine, bensì il finale di una storia di anni, sofferta e intensa. Un esito cercato, voluto, testardamente inseguito.

Ma quanto è bella questa lezione di politica (e di vita)?

Ecco, dal 6 giugno 2016, dopo 20 anni, finalmente a Cologno mi sento di nuovo a casa, come se fossi ritornata dopo un lungo viaggio. Mi sento parte di una nuova stagione, tutta da scrivere. E, anche se materialmente non contribuirò a nulla di ciò che Progetto Cologno realizzerà, è lo stesso bellissimo sapere che il paese in cui sono vissuta fino ai 30 anni e a cui resto molto legata è ora guidato da persone che vogliono solo svolgere al meglio il loro impegno civico e onorare la fiducia ricevuta. Senza arroganza, ma con semplicità, trasparenza, dedizione, affetto e intelligenza.

Grazie per aver scommesso e per aver vinto. Grazie.

 

 

Morire bruciata viva. A Roma, anno di grazia 2016

La storia di Sara, ragazza di 22 anni bruciata viva in auto da un suo ex fidanzato, mi ha colpita in modo particolare. Non so perché, forse semplicemente ero al limite e con questa sono esplosa. Il “femminicidio” non accenna a diminuire, anzi. Ex mariti, compagni o semplicemente amici, in comune una sola cosa: l’impossibilità di accettare il rifiuto. Essere respinti evidentemente tocca nel profondo questi piccoli individui meschini, incapaci di rapportarsi al mondo in modo equilibrato, di accettare che una donna non li voglia. Perché la donna è inferiore, non assurge al rango di “pari”; e, se con un uomo non si permetterebbero mai di minacciare, intimidire, perseguitare, con una donna invece sì. È normale. È logico. Se non vuole me, allora non avrà nessun altro. Perché io glielo impedirò. La ucciderò. Ma chi che ha ucciso Sara ha avuto dei complici: tutti quelli a cui ha raccontato le minacce, ha chiesto aiuto, ha condiviso la paura, e che non l’hanno spinta a denunciare. Che hanno minimizzato, e le hanno detto di stare tranquilla, o che esagerava. E quelli che sfrecciavano lungo la strada mentre lei terrorizzata e già inzuppata di alcool chiedeva aiuto e non si sono fermati né hanno chiamato la polizia per segnalare la cosa. Sarebbe bastato per evitarle la morte e magari per arrestare finalmente il suo ex. E invece no, Sara è morta arsa viva, come una Giovanna d’Arco dei nostri giorni, solo che il suo crimine non era l’eresia religiosa: era solo quello di essere una donna che ha scelto un fidanzato sbagliato.
Facciamo qualcosa di efficace, troviamo delle soluzioni, preveniamo: non posso accettare di lasciare a mia figlia un mondo così. Non voglio.

“La signora del quinto piano
ha un pitone in salotto
un guardiano fidato.
Il suo ex è ogni sera davanti al portone
con un martello in mano.
Non v’è ragione alcuna
di aver paura
di aver paura
questa è una conclusione
dei funzionari della questura”

Purity: Franzen non delude

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Dopo qualche giorno di decantazione dalla fine lettura credo di essere pronta a scrivere poche righe su Purity, l’ultimo romanzo di Jonathan Franzen.

Un libro denso, ricco, un universo di sentimenti eventi segreti stipato in oltre 630 pagine, che una si domanda come sia possibile vi stia senza che il volume esploda e mandi in circolo tutta la vita che contiene.

Franzen migra continuamente nel tempo e nello spazio, in un viaggio che ripercorre più volte in apparenza lo stesso tragitto andata e ritorno, ma ad ogni passaggio scopre una nuova curva, si accorge di uno scorcio prima ignorato, accelera in alcuni punti e rallenta in altri.

Sono i personaggi, con il dipanarsi delle proprie vite, a creare le storie che si intrecciano in un’unica sinfonica trama generale. In ognuno dei 7 capitoli si scoprono particolari e informazioni relativi ai protagonisti, con l’anima e il corpo impregnati del proprio tempo. La Germania dell’Est comunista, con la sua fine e la riunificazione, gli USA dagli anni ’90 ad oggi, la Bolivia attuale: scenari apparentemente senza alcun legame, ma che accompagnano il lettore in modo continuo e del tutto naturale.

Franzen passa dal mondo di Purity, che dopo la laurea lavora in un call center per mantenersi e provare a ripagare il suo debito universitario, a quello di Andreas, che è uno dei leader dello spionaggio online insieme ad Assange o Snowden. Ma è solo uno dei molti casi in cui mescola cronaca, storia e finzione letteraria, grandi avvenimenti come la Seconda Guerra mondiale o la caduta del muro di Berlino a momenti insignificanti delle vite dei singoli. Dal particolare all’universale, e viceversa, ma in un movimento rotatorio e vorticoso che mi ha incollata a ogni pagina, a ogni parola anzi, assetata di scoprire cosa sarebbe accaduto ma anche preoccupata che tutto potesse finire.

Per non parlare delle raffinatezze psicologiche: l’intero libro potrebbe benissimo essere una grande seduta di analisi del Novecento e dei primi anni Duemila. Leggendo solo i dialoghi tra Anabel e Tom si assiste alla messa in scena delle peggiori e perduranti nevrosi occidentali, dall’interpretazione del femminismo al rapporto con l’Autorità, dalla ricerca della propria identità al tentativo naïf di azzerare le differenze di genere e censo.

Il senso di colpa dell’Occidente attraversa sotterraneo tutta la trama, presentandosi indifferentemente come rimorso per un fatto grave o per un semplice cattivo comportamento. Anche se non vorremmo (davvero, non vorremmo?), siamo intrisi dal super-Ego di freudiana memoria. L’innocenza, se mai c’è stata, è irrimediabilmente perduta.

Insomma, un romanzo poderoso, un esemplare caso di scrittura magnetica, con una capacità stra-ordinaria di raccontare ogni cosa rendendola interessante.

Consiglio vivamente l’immersione in questo paradiso artificiale, il luogo ideale dove vive la letteratura. Attenzione però all’hangover che prende pesantemente dopo l’ultima pagina.

 

 

 

 

Tutto è finzione: Ave, Cesare!

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Una trama che rasenta l’inesistenza non basta a stroncare quest’ultimo film dei fratelli Coen.

Nonostante limiti evidenti, la visione è piacevole e i 106 minuti di proiezione scorrono abbastanza fluidi; questo grazie all’abilità dei registi, che riescono con il mestiere a supplire i vuoti di dialoghi e azioni.

Sia nel timbro sia nel linguaggio pomposo e aulico, la voce narrante fuori campo fa il verso a quelle dei film degli anni ’40 e ’50, periodo d’ambientazione del film. Le vicende di Mannix (James Brolin), manager di uno degli Studios di Hollywood, s’intrecciano con quelle dei suoi attori e della guerra fredda in versione parodia.

Traspaiono da ogni frame l’amore e la conoscenza della storia del cinema americano, shakerati con una buona dose d’ironia che evita lo stucchevole effetto nostalgia. La satira dei Coen nei confronti del sistema Hollywood, seppure lucida, non appare mai spietata: in realtà i registi provano affetto per quel mondo, e si vede.

L’attività dello Studio di Mannix comprende tutti i principali filoni cinematografici dell’epoca: musical, film acquatici, storici e western. Davanti alla maggior parte delle scene veniamo colti da botte di déjavu, e ricordiamo spezzoni di film intercettati le mattine estive in cui ci annoiavamo a morte oppure in improbabili orari notturni. Ma forse l’amarcord vale solo per le generazioni nate entro gli anni ’80; per i millennials, i riferimenti e le citazioni di Ave, Cesare! potrebbero essere del tutto prive di significato e fuori da ogni orizzonte di senso.

George Clooney, Scarlett Johansonn, Channing Tatum, James Brolin medesimo, interpretano personaggi senza sfaccettature, con una o al massimo due espressioni. Stereotipi e caricature della Hollywood d’oro degli Studios, che gestivano ogni aspetto della vita delle star e ne coprivano spesso vizi e vicende considerate non in linea con la loro immagine.

Un mondo patinato, un po’ pazzo, intriso di retorica, dove anche i cosiddetti congiuratori “comunisti” – sceneggiatori che non si sentono abbastanza pagati e valorizzati dagli Studios – complottano in una villa di design a picco sulla scogliera di Malibù ma non riescono ad esprimere concetti che vadano oltre frasi di Marx imparate a memoria.

Nessun personaggio sembra avere una vita reale, tutti appaiono come perenni attori di un’enorme sceneggiatura globale. Insomma, un film omaggio alla Hollywood che fu, senza particolari pretese, da vedere per rilassarsi e non pensare per un po’.