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Tutto è finzione: Ave, Cesare!

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Una trama che rasenta l’inesistenza non basta a stroncare quest’ultimo film dei fratelli Coen.

Nonostante limiti evidenti, la visione è piacevole e i 106 minuti di proiezione scorrono abbastanza fluidi; questo grazie all’abilità dei registi, che riescono con il mestiere a supplire i vuoti di dialoghi e azioni.

Sia nel timbro sia nel linguaggio pomposo e aulico, la voce narrante fuori campo fa il verso a quelle dei film degli anni ’40 e ’50, periodo d’ambientazione del film. Le vicende di Mannix (James Brolin), manager di uno degli Studios di Hollywood, s’intrecciano con quelle dei suoi attori e della guerra fredda in versione parodia.

Traspaiono da ogni frame l’amore e la conoscenza della storia del cinema americano, shakerati con una buona dose d’ironia che evita lo stucchevole effetto nostalgia. La satira dei Coen nei confronti del sistema Hollywood, seppure lucida, non appare mai spietata: in realtà i registi provano affetto per quel mondo, e si vede.

L’attività dello Studio di Mannix comprende tutti i principali filoni cinematografici dell’epoca: musical, film acquatici, storici e western. Davanti alla maggior parte delle scene veniamo colti da botte di déjavu, e ricordiamo spezzoni di film intercettati le mattine estive in cui ci annoiavamo a morte oppure in improbabili orari notturni. Ma forse l’amarcord vale solo per le generazioni nate entro gli anni ’80; per i millennials, i riferimenti e le citazioni di Ave, Cesare! potrebbero essere del tutto prive di significato e fuori da ogni orizzonte di senso.

George Clooney, Scarlett Johansonn, Channing Tatum, James Brolin medesimo, interpretano personaggi senza sfaccettature, con una o al massimo due espressioni. Stereotipi e caricature della Hollywood d’oro degli Studios, che gestivano ogni aspetto della vita delle star e ne coprivano spesso vizi e vicende considerate non in linea con la loro immagine.

Un mondo patinato, un po’ pazzo, intriso di retorica, dove anche i cosiddetti congiuratori “comunisti” – sceneggiatori che non si sentono abbastanza pagati e valorizzati dagli Studios – complottano in una villa di design a picco sulla scogliera di Malibù ma non riescono ad esprimere concetti che vadano oltre frasi di Marx imparate a memoria.

Nessun personaggio sembra avere una vita reale, tutti appaiono come perenni attori di un’enorme sceneggiatura globale. Insomma, un film omaggio alla Hollywood che fu, senza particolari pretese, da vedere per rilassarsi e non pensare per un po’.