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La ruota

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La ruota.

Una delle tante evidenze che la vita sbatteva in faccia a Clara per ricordarle tutta la sua inadeguatezza.
Provava amore e odio verso le ragazzine che riuscivano a farla con estrema facilità.

Rincorsa, salto e… oplà, parabola perfetta.

Invece Clara era maldestra, completamente negata per ogni tipo di esercizio fisico più complesso del mettere un piede davanti all’altro.

La s-coordinazione impersonificata.
La ruota in spiaggia, poi.
Quella aveva il plus. Richiedeva un’estrema confidenza con il proprio corpo e un controllo di muscoli che ignorava esistessero.

Il mare era il luogo che amplificava al massimo il disagio di Clara verso il corpo. Non sapeva cosa farne, dove metterlo, come coprirlo. Si sentiva goffa quando si doveva alzare dal lettino, un anatroccolo dalla crescita bloccata, che non sarebbe mai diventato cigno. Figuriamoci cimentarsi in un esercizio fisico e di stile (per non sembrare una ciambella rotolante) come la ruota. C’erano invece quelle sue coetanee che a 10 anni sembravano avere già la precisa percezione di ogni centimetro di pelle e muscoli.

Rincorsa, salto, piroetta e voilà: esecuzione perfetta.

E il sofferto rapporto con la salsedine e il vento? Capelli crespi imprigionati in lacci e mollette nel tentativo di non averli gonfi come un carciofo, dopo il bagno e l’asciugatura “en plein air”. Ovviamente, nessuna precauzione funzionava e i ricciolini secchi spuntavano da ogni lato della testa, dando un’idea di estremo disordine e sciatteria.

Come le ciabatte, di cui non azzeccava mai il modello. Il suo problema era la totale assenza di tempismo. Trascorreva l’estate in attenta osservazione: alla fine della stagione, comprava le infradito. Solo che l’anno dopo andavano di moda gli zoccoli. Allora comprava gli zoccoli per l’anno successivo. E invece… boom di ciabattine fiorite. E così via.

– Ciao, sono Emma, vuoi giocare con me?
– Ciao, io sono Clara. Va bene. A cosa giochiamo?
– A me piace fare la ruota. Da 3 anni vado a ginnastica artistica e sono molto brava. E tu? La sai fare?
– No.
– Ti insegno io, se vuoi.
– Ok, proviamo.

Dopo un intero pomeriggio di tentativi, anche a Emma fu chiaro che Clara non era adatta per acrobazie sulla spiaggia. Era quasi più sconsolata di lei, faceva tenerezza. Aveva creduto davvero di poterla aiutare, cambiare: come mai non riusciva a fare una cosa che per lei era semplicissima, naturale come respirare? Non sapeva che la fedeltà all’immagine di goffa e maldestra bambina che Clara si era appiccicata addosso avrebbe vinto su tutto. A dieci anni come a venti, trenta, quaranta.

Siamo come gli altri ci vedono. Questo il credo inattaccabile su cui Clara aveva basato la sua vita. Diventare se stessi è un’opzione che non alberga in chi non si vuole abbastanza bene.

 

Impressione, settembre

settembre

Settembre è la luce calda, destinata a ridursi inesorabilmente nel procedere dell’autunno.

Un mese malinconico, che vedrà fallire la maggior parte dei buoni propositi accumulati durante l’estate: si scioglieranno come una treccia legata male, sfilacciandosi prima lentamente e poi di colpo tutti insieme.

Settembre è il vero inizio dell’anno, di cui gennaio è solo una copia mal riuscita a uso commerciale.

È l’esito delle ore di vacanza trascorse promettendosi che le cose cambieranno, sapendo che in realtà tutto – o quasi- resterà com’è. Le spiagge semivuote, con molti lettini chiusi e poche persone a godersi quella tranquillità. I vestiti pesanti che ricompaiono nelle vetrine dei negozi, sui giornali, e tu fingi di ignorarli perché è troppo presto.

Settembre è il ritorno a scuola, l’acquisto dei libri, l’emozione o la paura di rivedere i compagni di classe. La curiosità di capire se, per qualcuno, l’estate ha davvero mantenuto le promesse di felicità che aveva fatto a giugno.

La voglia di riprendere a guardare i film nelle avvolgenti poltroncine di una sala illuminata solo dallo schermo, e non sulle sedie arrabattate dei tanti cinema all’aperto in città dove usavi la locandina per sventolarti e non svenire dal caldo.

Settembre è l’aria fresca delle sere in cui passeggi per le vie più verdi della tua città, rincorrendo il ricordo delle vacanze appena trascorse.

Settembre porta con sé la consapevolezza che le stagioni seguono il loro ciclo incuranti dei nostri desideri, che la vita procede comunque e che in fondo ci piace così.

Non può essere sempre estate, bellezza.

Il cibo ti fa brutta

Potere. Potere e controllo. Onnipotenza, insomma.
La sensazione data dal calo veloce dei chili sulla bilancia. La percezione potente del legame causa-effetto tra la conta dei chicchi di riso e la perdita di peso. Rituale rassicurante, certezza del risultato, ebbrezza del dominio sul corpo.

Un corpo odiato. Un corpo da annullare.

Non è mai servito ad alcunché. Ingombro, peso, fatica.
Incapace di fare sport, maldestro nei movimenti, goffo, preso in giro.
Sedersi e sentire la carne molle dell’addome che si arrotola e sporge in fuori, ostentando la sua bruttezza con fastidiosa arroganza.

Tutti gli sguardi cadranno su questa pancia che non sento parte di me, che non tollero. Lo so, guarderanno solo qui.

“Qual è il tuo più grande desiderio?”
Scuoiarmi.

Spogliarmi della pelle, della carne, di tutto. Togliermi questo inutile fardello che mi porto dietro. Essere trasparente, leggera, inconsistente. Puro spirito.

Fuggire gli specchi, l’immagine che mi rimandano: un ammasso di carne sgraziato, senza proporzioni, sgradevole.

Analizzo ogni singolo alimento che dovrà entrare nel mio corpo, dettaglio precisamente macronutrienti, calorie, combinazioni.

In principio tento anche di seguire criteri “sani”, alterno proteine, carboidrati, fibre, ma continuo a sentirmi ingombrante e la bilancia non dice quello che vorrei. Così comincio a togliere un po’ di tutto: le foglie di insalata, gli spicchi degli agrumi, verifico, controllo, peso, scarto.
Troppo, ancora troppo.

Bevo molta acqua, prendo lassativi, voglio depurarmi. Ogni volta che ingoio qualcosa di solido mi sento sporca, piena, mi vergogno. Seguo il percorso del bolo: bocca, gola, esofago, stomaco; percepisco il passare di ogni singola parte di cibo, granelli di odio che entrano in me. Non li voglio. Solo spirito, la carne è male.

Perdo peso sempre più velocemente, finalmente sento di poter controllare il mio corpo prima ribelle. Ora è docile, sta al suo posto, buono, ogni giorno più leggero e meno prepotente. Non pretende più di essere il protagonista: adesso le persone quando mi guardano possono vedere me e non lui.

Nella mia giornata mangio 3 pezzi di mela da 10 grammi ciascuno, 10 fili di carota tagliati sottili, un albume cotto e bevo acqua. Sono felice, anche se mi stanco più facilmente di prima. Mi chiedono come faccia a stare in piedi: ma io sto bene, non vedete? Studio, vado in palestra, sto bene.

Mia madre non compra più le riviste perché dice che ci sono ragazze troppo magre e mi influenzano. Come se mi importasse di quelle là. La questione è solo tra me e il mio corpo.

I miei genitori sono preoccupati, dicono che se continuo così potrei morire, pensano di ricoverarmi. Non sono così magra, tra l’altro. Quando mi guardo allo specchio vedo ancora curve odiose. Loro dicono che non ci sono, ma io so che mentono. Sono invidiosi di me, di come riesco a controllare tutto. E allora provano a spaventarmi, a dirmi che sono malata.

E poi, cosa vogliono? Quando ero grassa non mi chiedevano se stavo bene, se qualcosa non andava. E io volevo solo essere vista. Ora che peso poco più di una bambina invece, e dovrei essere trasparente, mi stanno col fiato sul collo. Perché non hanno continuato a ignorarmi?

Stessa spiaggia, stesso mare

E anche quest’estate andremo in vacanza a Cesenatico, come gli ultimi quindici anni.

Da quando mi sono fidanzata con Luca non abbiamo mai cambiato meta: all’inizio era comodo perché sua madre aveva un bilocale in affitto lì da anni in una palazzina con altri appartamenti per turisti, conosceva il locatore, il prezzo era buono e noi avevamo pochi soldi da spendere. E poi Rimini e Riccione erano a un tiro di schioppo.

Gli anni successivi, per pigrizia e abitudine, ogni volta che si presentava il periodo di scegliere le vacanze estive finivamo con il prenotare l’appartamento di Cesenatico. Sempre lo stesso, sempre vicino a quello di mia suocera e mia cognata.

E quest’anno non è andata diversamente.

Che dire? Ci troviamo bene: ormai anche noi conosciamo da tempo Santino, il padrone di casa, e lo consideriamo della famiglia. E’ un bravo signore, ben oltre i settant’anni, che ha un unico figlio a cui però non lascia gestire niente. Né lo stabilimento in spiaggia né gli appartamenti. Io credo che dovrebbe mollare un po’ la presa, altrimenti quando morirà sarà un disastro. Il figlio dice che gli sta bene così, però dice anche

“quando mio padre se ne andrà, mi sa che venderò tutto e vivrò a Cuba”

L’appartamento che affittiamo è davvero carino: certo, un po’ vecchio, con gli infissi che sarebbero da rifare – e non solo quelli – ma Santino accampa ogni anno una scusa diversa. Non ha i soldi, il falegname è pieno di lavoro… insomma, non ha mai fatto un ammodernamento. Pazienza.

Almeno siamo vicinissimi al mare: attraversi la strada e sei in spiaggia. Nello stabilimento c’è un’area giochi dove mia figlia Martina passa le sue giornate – quando non è in acqua. Oddio, anche l’altalena, lo scivolo e magari il tavolo da ping pong andrebbero cambiati, avranno vent’anni! Ho provato a dirglielo, a Santino, ma mica ci sente da quell’orecchio.

Ad ogni modo, domani si parte. Sto finendo le valigie: non so come mai ma sono sempre il doppio di quello che preventivavo prima di iniziarle, e so già che Luca brontolerà

“ma ti devi sempre portar dietro la casa?”

Mi sembra di sentirlo. In effetti ha anche un po’ di ragione, però ho messo via solo cose necessarie. Per Martina, soprattutto. Con una bimba piccola devi sempre pensare a mille evenienze; Luca non capisce. Che ne sa lui di quante cose servono? Non si prepara neanche la sua, di valigia, figurati quella di nostra figlia.

Partenza come sempre alle 4 di notte per evitare il traffico, soprattutto vicino a Bologna; arrivo previsto in tempo per fare la prima colazione al mare. Poi dovrò passare la giornata a disfare i bagagli, a pulire, a controllare di non aver dimenticato nulla, mentre Luca porterà Martina in spiaggia a giocare. Probabilmente dopo un’ora torneranno, lei in lacrime e lui arrabbiato perché hanno litigato. È incredibile, ma Luca è capace di mettersi allo stesso livello di una bimba di quattro anni e litigarci come farebbe un coetaneo. Così dovrò lasciare quello che stavo facendo e mettermi a consolare Martina e pure cercare di far passare la luna a Luca.

Per fortuna ci sono i nostri amici! Ci conosciamo da anni, siamo cresciuti insieme e ora abbiamo quasi tutti figli. Quando usciamo insieme siamo piuttosto rumorosi, ma frequentiamo sempre gli stessi posti e lo sanno che facciamo confusione.

Certo che anche tra gli amici possono capitare degli screzi, come quando Paolo ha scoperto che Lucia lo tradiva con Enea… che situazione imbarazzante! Io e Luca siamo amici di tutti e tre e non sapevamo bene come comportarci. Ora Lucia ha lasciato anche Enea e sta con un altro, non la vediamo più. Enea e Paolo, dopo un periodo un po’ così, sono tornati come prima.

Sarà il caso che mi sbrighi a finire i bagagli, altrimenti non partiamo più.

 

Viaggio in Sicilia

Una luce violenta come è possibile solo nei torpidi pomeriggi estivi in Sicilia, bagliore così intenso che fa male agli occhi. All’orizzonte colline disegnate da viti e fichi d’india. Un casupola bianca, tutta su un piano, con un patio coperto da tralci a cui stanno appesi grappoli d’uva non ancora maturi. Un tavolo con la superficie a rete, di acciaio dipinto di bianco, accompagnato da sedie uguali per ricamo e colore. Un gatto steso su un muretto di calce fa la siesta accarezzato da un’aria leggera. Tra la casupola e le colline coltivate, una strada polverosa pendente e deserta.

Accovacciata su una sedia del patio, cerco di allenare gli occhi a quel paesaggio così diverso dall’abituale. Ho come la paura di non saper guardare; non voglio che accada, voglio raccogliere ogni cosa nelle rétine e nella memoria. Temo di non venire più in questo scampolo di campagna arroventata in cui il tempo è scandito da ritmi antichi, ormai perduti nel luogo dove vivo.

Lentezza e luce sono le cifre del viaggio nell’isola. Siamo partiti dal porto di Genova sotto un temporale, abbiamo attraversato il mar Tirreno per ventiquattro ore intravedendo i profili verdognoli e montuosi dell’Elba, della Corsica e della Sardegna per attraccare il giorno dopo sotto il sole di Palermo.

Abbiamo pranzato in un ristorante sul mare e ci siamo diretti in automobile verso San Cono, paese di poche anime che riposa sulle colline dell’entroterra siculo.

Ho visto viadotti finire nel nulla mentre mio padre guidava sulla litoranea.

Ora siamo qui, al paese dei bisnonni, ospiti in casa loro. Due persone esili, un po’ curvate dalle fatiche e dall’età, di pochissime parole ma con gli occhi luminosi quando mi vedono finalmente in carne e ossa e non su una pellicola. Mi piacciono, non li sento estranei anche se non li ho mai incontrati prima.

Le giornate seguono una routine abbastanza consolidata: sveglia verso le 9, colazione e passeggiata fino ad arrampicarsi sulla piazza della Chiesa, appollaiata in cima al colle. Sempre tanta luce, intensa, a svelare gli edifici bassi ai lati della visuale dietro alle sedie sparse dove gli anziani trascorrono il tempo. Mi stupisco di questa parata: mi chiedo cosa ci sia di così interessante da vedere in un posto che non appare esattamente movimentato. Eppure scopro che è consuetudine, anche nei paesi vicini, portarsi una seggiola e starsene lì tutto il giorno. E noi, i miei genitori ed io, costituiamo una novità considerevole: arriviamo dal continente, siamo i parenti del professuri, che se n’è andato al nord tanto tempo prima e che torna ogni estate. Non saprei dire se tanta attenzione mi faccia piacere o crei disagio.

Dopo il pranzo, che non finisce mai prima delle 15, ci ritiriamo nella frescura delle nostre stanze da letto. Osservando le righe di luce proiettate dalle persiane accostate ci lasciamo andare a un sonno leggero ma che appare necessario in quel luogo, in quel momento. Sul tardo pomeriggio, quando la temperatura è accettabile e inizia ad alzarsi un po’ di vento, usciamo e visitiamo i paesi vicini.

Tra un abitato e l’altro solo campagna, coltivata o arida. Nulla a che fare che le case del luogo da cui provengo, che si snodano contigue e tutte simili intervallate solo da capannoni e strade, senza verde e senza anima.

In questi giorni ho imparato ad amare la Sicilia di un amore forte ma incostante: isola senza difese dagli invasori ma accogliente con chi migra per sopravvivere, bollente e silenziosa, fuoco che vive sotto la terra pronto ad esplodere dai crateri dell’Etna.

Penso a tutto questo, rannicchiata sulla sedia sotto i tralci di vite il giorno prima della partenza. Penso che appartengo in qualche modo a questa terra sconosciuta fino a poco tempo fa, che nelle mie vene scorrono anche linee di sangue greche, latine, arabe, normanne, spagnole, e chissà quali altre. Penso che la mia esistenza non può esaurirsi in mezzo a villette costruite dai proprietari nei fine settimana, a enormi cubi industriali di lamiera grigia, a strade asfaltate senza più alberi ai margini. Eppure non riuscirei a vivere in pace nemmeno qui: riconosco finalmente il disagio che mi accompagna da sempre e che non mi fa sentire accolta davvero in alcun luogo.

 

Il sole nel frattempo si è spostato verso ovest e un raggio riesce a infilarsi tra gli intarsi della vite che mi fa da tetto. Eccola di nuovo questa luce iridescente. Porto una mano alla fronte e cerco di ripararmi da una verità troppo intensa.

Questo racconto breve è stato pubblicato su http://www.tatamipost.it/viaggio-sicilia/

Alta società

Pelle lucida e molto abbronzata, zigomi tesi, labbra gonfie, monili tintinnanti, abiti sgargianti, tacco alto.

Sono vicine ai cinquanta, ma si credono ventenni. Per loro il tempo non passa mai. Ricche, con personale di servizio in abbondanza, senza un lavoro, si annoiano da morire.

Non bastano feste, serate fuori, parrucchiere, salone di bellezza, palestra, vacanze esotiche e frequenti, a volte amanti.

Si annoiano lo stesso.

E allora provano con attività alternative: attraversano la fase del découpage, poi si buttano nelle creazioni handmade. Finché si stancano, di nuovo.

Queste donne hanno di solito non meno di due e non più di quattro pargoli a testa. Lo esige lo status sociale a cui appartengono.

Il numero non fa molta differenza, tanto se ne occupano le tate. Loro hanno altro da fare: feste, serate fuori, parrucchiere, salone di bellezza, palestra, vacanze esotiche e frequenti, a volte amanti.

Mandano i figli a scuole private e molto costose: non le hanno scelte in base allofferta formativa, ma alla compatibilità con i loro impegni mondani. Niente lezioni il sabato mattina, altrimenti il venerdì sera è compromesso.

Listruzione dei figli non è importante. Conta che vestano alla moda, abbiano tutto quello che possiedono i loro coetanei, siano popolari e belli, anche con qualche aiuto estetico.

Chessaràmai un giro dal chirurgo.

Provenienti da ambienti benestanti, le signore in questione hanno sposato uomini ancora più danarosi, spesso imprenditori di seconda o terza generazione che hanno ereditato lazienda di famiglia.

I mariti sono i bancomat di queste mogli trofeo

Dialogare di qualcosa che non siano vestiti, borse o gossip si rivela alquanto complesso: considerano insensata ogni divagazione dal tema.

Le osservo e mi domando se hanno ciò che vogliono e soprattutto se vogliono davvero ciò che hanno. Perché altrimenti non si spiegherebbe la loro noia. Forse seguono una traiettoria errante ed errata del desiderio? Mi sembrano profondamente infelici.

O forse sono solo invidiosa.

Vorrei essere come loro, vorrei essere loro.

Leggére, preoccupate solo del superfluo – ché di necessario ce n’è – circondate dal benessere, sempre ben pettinate e truccate, con molto tempo libero, abituate a viaggiare in prima classe e a vivere sopra la quotidianità dei più. Ma sempre annoiate, profondamente.

Proprio come me.

Questo racconto breve è stato pubblicato come contributo esterno dagli Alieni Metropoitani: http://www.raccontopostmoderno.com/2015/10/alta-societa/

Basta continuare a respirare

Tempo: le 16.00 di un pomeriggio di inizio febbraio.

Interno: un appartamento di un condominio in centro città.

Esterno: persone che camminano, auto, qualche ombrello perché non si sa mia che possa piovere.

Sono stata invitata ad un tè per festeggiare il compleanno di un’amica conosciuta al liceo, ormai una vita fa.

Eccoci qui: siamo 9 giovani donne in un salotto, alcune delle quali mai viste prima. Ma scorre sotterranea la consapevolezza di appartenere a un medesimo milieu culturale, un codice che si esplicita nell’abbigliamento

sembriamo esserci accordate: tutte con jeans scuri o pantaloni neri skinny, pullover morbidi tinta unita grigio beige nero possibilmente cashemere, gioielli preziosi ma non vistosi

e nell’atteggiamento

voce bassa, gesti calmi e rassicuranti di chi sa come ci si comporta in società, sedersi con schiena dritta e gomiti aderenti al busto, evitare risate troppo acute o prolungate

Tra di noi, espressione della borghesia provinciale, con solide – in senso finanziario più che altro – famiglie alle spalle, laureate, fidanzate/conviventi/sposate con uomini simili per provenienza e stile, le ricorrenze ormai si affrontano così. Con moderato entusiasmo. Nell’anno dello scavalco che segna la prossimità più ai 40 che ai 30 i compleanni si festeggiano in modo sobrio. MAI SOPRA LE RIGHE.

Ci siamo adeguate al clima di una città sospettosa verso chi e cosa non si conforma ai requisiti minimi richiesti a un buon borghese. Sogni di vite spericolate o percorsi di strade tortuose, non esattamente nei desideri dei nostri genitori, sono stati abbandonati per una più ragionevole vita convenzionale. In tempi di crisi meglio aggrapparsi alle tradizioni, si sa.

Il pomeriggio incede veloce: conversiamo di arte, cultura, progetti, figli per chi ne ha e per chi ne vorrebbe ma anche no, cucina vegana, moda, politica… dopo due ore così, tutte iniziamo a congedarci. Si sta avvicinando la sera e ognuna va verso i propri impegni.

In realtà credo che ci manchi l’aria. Troppi pensieri che non possono essere detti, desideri cancellati in nome della razionalità, nostalgia di ciò che volevamo diventare e avremmo potuto essere, consapevolezza nei nostri sguardi riflessi. Troppo di tutto.

E così ci infiliamo nei confortevoli cappotti bon ton o nei piumini pseudotecnici di griffes alla moda, indossiamo sciarpe guanti cappelli, ci baciamo sulle guance raccontandoci quanto ci abbia fatto piacere conoscerci o rivederci, ci diamo appuntamento ad una prossima occasione che sappiamo bene tutte non arriverà mai. Ci riappropriamo in fretta di un’apparenza che ci rassicura e ci permette di stare al mondo, prendiamo un bel respiro, apriamo la porta e usciamo. Ascensore, portone d’ingresso, strada. Un ultimo saluto e ognuna in direzioni diverse, anche se così simili. In fondo è facile: basta continuare a respirare.

Questo racconto breve è stato pubblicato dagli Alieni metropolitani: http://www.raccontopostmoderno.com/2015/04/basta-continuare-a-respirare/

Una storia banale

Una storia scontata, quasi tenera nella sua banalità.

Lei che è l’amante saltuaria – molto saltuaria – di lui che è solidamente sposato. Lei che si innamora, lui che oscilla tra il cercarla e il respingerla a causa di cattolici sensi di colpa.

Lei che mille volte si convince che è ora di finirla e gli scrive frasi in cui, tra il patetico e il paranoico, dà il suo addio. Lei che dopo massimo quindi giorni torna sui suoi passi e tutto inizia di nuovo uguale. Lui che oramai ha capito il refrain e non si prende neanche più la briga di risponderle: la lascia litigare con se stessa e aspetta.

Lui che non la cerca quasi mai. Lui che le ha detto chiaro dall’inizio che non vuole una storia. Che ama la moglie. Che non la lascerà mai. Lei che ha finto di accettare quelle regole del gioco ma solo perché non farlo significava smettere del tutto di giocare.

Lei che crede che, se persiste, alla fine lui si innamorerà. Lei che pensa che in realtà lui sia già un po’ innamorato, ma non lo voglia ammettere perché sarebbe destabilizzante.

Lei che si aggrappa a un “ti voglio bene” come a un boccaglio per prendere l’aria quando si va sott’acqua. Lui che continua a giocare, a farle intendere a parole che potrebbe esserci qualcosa di più per poi negarlo con i fatti.

Lei che non ce la fa più, ormai. E’ stanca, logorata, atrofizzata nei sentimenti che deve comprimere e non può esprimere perché teme che lui scappi. Per sempre. Lui che ignora lo strazio di lei e vive sereno.

Lei che prova a non farsi sentire per un po’, e intanto cerca di mettere insieme qualche frammento di sé e immaginare un futuro senza lui. Lui che in realtà non c’è mai stato, nel futuro di lei.

Lei che un giorno si sveglia e il primo pensiero non è per lui. Lei che ritrova un sorriso leggero sul viso. Lei che riconosce i colori delle cose, dopo tanto tempo.

Lui che decide di chiamarla. Di nuovo. Come se niente fosse. Lei che sente suonare il telefono e che ha un vuoto dentro quando legge il nome di lui. Lei che non vuole rispondere. Lei che sta ricominciando a vivere.

Lui che insiste, richiama. Lei che alla fine schiaccia “ok”. E, mentre ascolta lui che le parla, si dimentica di tutto. Lei che viene invasa da una distruttiva euforia, ha le guance calde e il battito veloce. Lei che non riesce a scegliere di volersi bene.