La grande scommessa. Film eticamente complicato

52899

La grande scommessa ha questo merito: rendere minimamente comprensibile il mondo della finanza a quelli come me, che appena sentono anche solo da lontano parlare di cifre e operazioni matematiche più complesse di somma/sottrazione entrano in uno stato catatonico grazie all’immediata disconnessione di tutte le sinapsi neuronali.

Non si può però dire che il film invogli a diventare esperti di Borsa e affini: i personaggi che girano attorno al vortice di banche, fondi, assicurazioni, mutui, rating, milioni anzi miliardi di dollari sono accomunati dall’essere tutti più o meno diversamente nevrotici, tronfiamente arroganti o perfidamente amorali. È evidente il messaggio: la finanza fa male, e molto.

E così incontriamo un ex trader che ha abbandonato Wall Street schifato dal marcio che vi ha visto dentro e ora vive nella campagna del Colorado, ma è disposto ad aiutare due brillanti e intraprendenti ragazzi che creano il loro fondo finanziario partendo da un garage (ah, il garage! Vi ricorda nessuno?) e nell’arco di tre anni passano da 110.000 a 3 milioni di dollari di patrimonio. Brad Pitt sempre tanto bello, in versione barbuta e stropicciata, interpreta un personaggio che ricorda moltissimo il Robert Redford “vero” – quello che si è inventato il Sundance Film Festival, per dire – veste in fustagno e camicie a quadri, mangia e coltiva bio e ha tanto a cuore le cause umanitarie. Ingoia continuamente granuli che suppongo omeopatici, fa l’idrocolon e depura la terra del suo orto con un composto a base di urina.

C’è poi Ryan Gosling nei panni del dipendente di una grande banca, giovanotto elegante e tampinato da un assistente ammaestrato, che fiuta la grande bolla immobiliare con due anni di anticipo e non si fa troppi scrupoli nel giocare la sua partita su più campi diversi.

Ecco Christian Bale dare vita a un ex medico con occhio di vetro, una specie di genio matematico che lavora immerso in complicati calcoli finanziari col sottofondo di musica hard rock sparata al massimo volume, scalzo e in bermuda e t-shirt, chiuso in un mondo inaccessibile anche ai suoi più vicini collaboratori. Dotato di moglie e figlia che compaiono solo in fotografia su phone non ancora smart, non si sente tagliato per le relazioni interpersonali (difficile dargli torto) e comunica principalmente via email.

Steve Carell, infine, interpreta un banchiere dedito a smascherare truffe e raggiri, colpito da poco dal suicidio del fratello, che sembra fare di ogni vicenda una battaglia vitale e personale. E’ quello che, insieme al personaggio di Brad Pitt, si fa molte domande sul risvolto tragico che coinvolgerà milioni di persone se la scommessa contro il sistema banche, cioè contro l’economia americana (e quindi mondiale), dovesse rivelarsi vincente.

E sono forse proprio le grandi questioni etiche ciò che ci lascia davvero La grande scommessa: sedimentano nelle nostre teste, una volta setacciata la fitta trama e accantonata la miriade di informazioni tecnico-finanziarie da cui siamo bombardati dall’inizio alla fine.

La responsabilità personale dove arriva? Fino a che punto siamo vittime e dove iniziamo ad essere carnefici? Si può davvero combattere il sistema essendo una parte di esso? La giustizia esiste o esistono cifre in grado di comprare tutto? Che ruolo ha l’informazione nella costruzione e nel mantenimento del potere? Chi può dirsi davvero dalla parte della verità?

 “Non è colpa nostra, è così che va il mondo”

dice una dirigente della Standard and Poor’s al banchiere che le chiede conto del meccanismo malato e vizioso messo in moto dai mutui subprime.

Basta questo ad assolverci?

Il ponte delle Spie. Perché secondo me non dovreste perderlo.

il-ponte-delle-spie-poster

Se qualcuno ha ancora dei dubbi su chi bisognava tifare ai tempi della guerra fredda, questo film glieli toglierà subito: USA tutta la vita. Democrazia, imperfetta certo, ma reale e in ogni caso preferibile alla mancanza di libertà, all’uguaglianza finta e stucchevole, al tetro reticolo burocratico dell’URSS e dei suoi Stati satelliti.

D’altra parte è un film di Spielberg: la scelta tra il bene e il male è scontata e inevitabile. Ci pensa però la sceneggiatura dei fratelli Coen a infarcirlo con battute taglienti e uno stile decisamente sarcastico.

Atmosfera anni ’50 – il decennio successivo si affaccia ma non fa in tempo a dettare lo stile – donne con vite minuscole strette in busti steccati, reggiseni a punta, gonne sartoriali, camicette di seta, golfini d’angora, décolletés tacco 5, perle al collo e ai lobi. Uomini in abiti blu o grigi, cravatte sottili, cappotti dalle spalle ampie, borsalino portati di sbieco. Un’eleganza che non esiste più e che non sapremmo ricreare nemmeno volendo: lo spirito di ogni epoca è irreversibile e unico.

Un mondo diviso tra buoni e cattivi in modo abbastanza severo, dove l’avvocato assicurativo Donovan ha ben presente il suo posto. All’inizio sembra solo uno dei tanti rappresentanti della middle class americana, cinico quanto basta, sposato con una bionda curatissima, tre figli carini, villetta e la vita prestabilita. Uno strato di sana ipocrisia – “non importa che sia la verità, dammi qualcosa a cui aggrapparmi”, dice la moglie ad un certo punto- a cementare il tutto.

Trovarsi a difendere il presunto agente segreto russo Abel gli dona uno spessore che altrimenti non avremmo immaginato. Donovan si rivela, come gli dirà lo stesso Abel, un “uomo tutto d’un pezzo”.  È un avvocato, e non sarà meno scrupoloso solo perché il suo assistito è considerato un comunista nemico degli USA. Di sicuro pesa il fascino che esercita su di lui la figura di Abel, serafico in ogni situazione, mai turbato o preoccupato. Quando Donovan gliene chiede conto, il russo risponde con uno spiazzante “Servirebbe?”.

Il rapporto tra i due va oltre quello professionale: si crea un legame che definire di amicizia è forse troppo, ma che di sicuro è basato sul rispetto reciproco. Non è poco in quella situazione, in quel periodo.

L’integrità e la fedeltà alla Costituzione americana – “il manuale delle regole” che garantisce la convivenza civile – lo fa approdare addirittura nella Berlino dove si sta costruendo il muro e lo introduce nel mondo della CIA e dei servizi segreti del blocco sovietico, dove si muove con testardaggine, abilità, spregiudicatezza e anche un po’ d’incoscienza. Fedele a se stesso in modo quasi commovente, Donovan ci piace perché è lui il vero eversivo, non Abel: rifiuta l’apparenza, sfugge da ciò che gli altri si aspettano faccia, sceglie la via più complicata ma che ritiene la più giusta. Crede e lavora per trovare soluzioni ai conflitti del suo tempo.

Una sorta di manifesto del pensiero che lo guida si trova nella frase che pronuncia verso la fine del film: “Ragazzo, non conta quello che pensano gli altri, tu sai quello che hai fatto”. Bravo Donovan, di speranza abbiamo bisogno come il pane.

Stessa spiaggia, stesso mare

E anche quest’estate andremo in vacanza a Cesenatico, come gli ultimi quindici anni.

Da quando mi sono fidanzata con Luca non abbiamo mai cambiato meta: all’inizio era comodo perché sua madre aveva un bilocale in affitto lì da anni in una palazzina con altri appartamenti per turisti, conosceva il locatore, il prezzo era buono e noi avevamo pochi soldi da spendere. E poi Rimini e Riccione erano a un tiro di schioppo.

Gli anni successivi, per pigrizia e abitudine, ogni volta che si presentava il periodo di scegliere le vacanze estive finivamo con il prenotare l’appartamento di Cesenatico. Sempre lo stesso, sempre vicino a quello di mia suocera e mia cognata.

E quest’anno non è andata diversamente.

Che dire? Ci troviamo bene: ormai anche noi conosciamo da tempo Santino, il padrone di casa, e lo consideriamo della famiglia. E’ un bravo signore, ben oltre i settant’anni, che ha un unico figlio a cui però non lascia gestire niente. Né lo stabilimento in spiaggia né gli appartamenti. Io credo che dovrebbe mollare un po’ la presa, altrimenti quando morirà sarà un disastro. Il figlio dice che gli sta bene così, però dice anche

“quando mio padre se ne andrà, mi sa che venderò tutto e vivrò a Cuba”

L’appartamento che affittiamo è davvero carino: certo, un po’ vecchio, con gli infissi che sarebbero da rifare – e non solo quelli – ma Santino accampa ogni anno una scusa diversa. Non ha i soldi, il falegname è pieno di lavoro… insomma, non ha mai fatto un ammodernamento. Pazienza.

Almeno siamo vicinissimi al mare: attraversi la strada e sei in spiaggia. Nello stabilimento c’è un’area giochi dove mia figlia Martina passa le sue giornate – quando non è in acqua. Oddio, anche l’altalena, lo scivolo e magari il tavolo da ping pong andrebbero cambiati, avranno vent’anni! Ho provato a dirglielo, a Santino, ma mica ci sente da quell’orecchio.

Ad ogni modo, domani si parte. Sto finendo le valigie: non so come mai ma sono sempre il doppio di quello che preventivavo prima di iniziarle, e so già che Luca brontolerà

“ma ti devi sempre portar dietro la casa?”

Mi sembra di sentirlo. In effetti ha anche un po’ di ragione, però ho messo via solo cose necessarie. Per Martina, soprattutto. Con una bimba piccola devi sempre pensare a mille evenienze; Luca non capisce. Che ne sa lui di quante cose servono? Non si prepara neanche la sua, di valigia, figurati quella di nostra figlia.

Partenza come sempre alle 4 di notte per evitare il traffico, soprattutto vicino a Bologna; arrivo previsto in tempo per fare la prima colazione al mare. Poi dovrò passare la giornata a disfare i bagagli, a pulire, a controllare di non aver dimenticato nulla, mentre Luca porterà Martina in spiaggia a giocare. Probabilmente dopo un’ora torneranno, lei in lacrime e lui arrabbiato perché hanno litigato. È incredibile, ma Luca è capace di mettersi allo stesso livello di una bimba di quattro anni e litigarci come farebbe un coetaneo. Così dovrò lasciare quello che stavo facendo e mettermi a consolare Martina e pure cercare di far passare la luna a Luca.

Per fortuna ci sono i nostri amici! Ci conosciamo da anni, siamo cresciuti insieme e ora abbiamo quasi tutti figli. Quando usciamo insieme siamo piuttosto rumorosi, ma frequentiamo sempre gli stessi posti e lo sanno che facciamo confusione.

Certo che anche tra gli amici possono capitare degli screzi, come quando Paolo ha scoperto che Lucia lo tradiva con Enea… che situazione imbarazzante! Io e Luca siamo amici di tutti e tre e non sapevamo bene come comportarci. Ora Lucia ha lasciato anche Enea e sta con un altro, non la vediamo più. Enea e Paolo, dopo un periodo un po’ così, sono tornati come prima.

Sarà il caso che mi sbrighi a finire i bagagli, altrimenti non partiamo più.

 

Viaggio in Sicilia

Una luce violenta come è possibile solo nei torpidi pomeriggi estivi in Sicilia, bagliore così intenso che fa male agli occhi. All’orizzonte colline disegnate da viti e fichi d’india. Un casupola bianca, tutta su un piano, con un patio coperto da tralci a cui stanno appesi grappoli d’uva non ancora maturi. Un tavolo con la superficie a rete, di acciaio dipinto di bianco, accompagnato da sedie uguali per ricamo e colore. Un gatto steso su un muretto di calce fa la siesta accarezzato da un’aria leggera. Tra la casupola e le colline coltivate, una strada polverosa pendente e deserta.

Accovacciata su una sedia del patio, cerco di allenare gli occhi a quel paesaggio così diverso dall’abituale. Ho come la paura di non saper guardare; non voglio che accada, voglio raccogliere ogni cosa nelle rétine e nella memoria. Temo di non venire più in questo scampolo di campagna arroventata in cui il tempo è scandito da ritmi antichi, ormai perduti nel luogo dove vivo.

Lentezza e luce sono le cifre del viaggio nell’isola. Siamo partiti dal porto di Genova sotto un temporale, abbiamo attraversato il mar Tirreno per ventiquattro ore intravedendo i profili verdognoli e montuosi dell’Elba, della Corsica e della Sardegna per attraccare il giorno dopo sotto il sole di Palermo.

Abbiamo pranzato in un ristorante sul mare e ci siamo diretti in automobile verso San Cono, paese di poche anime che riposa sulle colline dell’entroterra siculo.

Ho visto viadotti finire nel nulla mentre mio padre guidava sulla litoranea.

Ora siamo qui, al paese dei bisnonni, ospiti in casa loro. Due persone esili, un po’ curvate dalle fatiche e dall’età, di pochissime parole ma con gli occhi luminosi quando mi vedono finalmente in carne e ossa e non su una pellicola. Mi piacciono, non li sento estranei anche se non li ho mai incontrati prima.

Le giornate seguono una routine abbastanza consolidata: sveglia verso le 9, colazione e passeggiata fino ad arrampicarsi sulla piazza della Chiesa, appollaiata in cima al colle. Sempre tanta luce, intensa, a svelare gli edifici bassi ai lati della visuale dietro alle sedie sparse dove gli anziani trascorrono il tempo. Mi stupisco di questa parata: mi chiedo cosa ci sia di così interessante da vedere in un posto che non appare esattamente movimentato. Eppure scopro che è consuetudine, anche nei paesi vicini, portarsi una seggiola e starsene lì tutto il giorno. E noi, i miei genitori ed io, costituiamo una novità considerevole: arriviamo dal continente, siamo i parenti del professuri, che se n’è andato al nord tanto tempo prima e che torna ogni estate. Non saprei dire se tanta attenzione mi faccia piacere o crei disagio.

Dopo il pranzo, che non finisce mai prima delle 15, ci ritiriamo nella frescura delle nostre stanze da letto. Osservando le righe di luce proiettate dalle persiane accostate ci lasciamo andare a un sonno leggero ma che appare necessario in quel luogo, in quel momento. Sul tardo pomeriggio, quando la temperatura è accettabile e inizia ad alzarsi un po’ di vento, usciamo e visitiamo i paesi vicini.

Tra un abitato e l’altro solo campagna, coltivata o arida. Nulla a che fare che le case del luogo da cui provengo, che si snodano contigue e tutte simili intervallate solo da capannoni e strade, senza verde e senza anima.

In questi giorni ho imparato ad amare la Sicilia di un amore forte ma incostante: isola senza difese dagli invasori ma accogliente con chi migra per sopravvivere, bollente e silenziosa, fuoco che vive sotto la terra pronto ad esplodere dai crateri dell’Etna.

Penso a tutto questo, rannicchiata sulla sedia sotto i tralci di vite il giorno prima della partenza. Penso che appartengo in qualche modo a questa terra sconosciuta fino a poco tempo fa, che nelle mie vene scorrono anche linee di sangue greche, latine, arabe, normanne, spagnole, e chissà quali altre. Penso che la mia esistenza non può esaurirsi in mezzo a villette costruite dai proprietari nei fine settimana, a enormi cubi industriali di lamiera grigia, a strade asfaltate senza più alberi ai margini. Eppure non riuscirei a vivere in pace nemmeno qui: riconosco finalmente il disagio che mi accompagna da sempre e che non mi fa sentire accolta davvero in alcun luogo.

 

Il sole nel frattempo si è spostato verso ovest e un raggio riesce a infilarsi tra gli intarsi della vite che mi fa da tetto. Eccola di nuovo questa luce iridescente. Porto una mano alla fronte e cerco di ripararmi da una verità troppo intensa.

Questo racconto breve è stato pubblicato su http://www.tatamipost.it/viaggio-sicilia/

Alta società

Pelle lucida e molto abbronzata, zigomi tesi, labbra gonfie, monili tintinnanti, abiti sgargianti, tacco alto.

Sono vicine ai cinquanta, ma si credono ventenni. Per loro il tempo non passa mai. Ricche, con personale di servizio in abbondanza, senza un lavoro, si annoiano da morire.

Non bastano feste, serate fuori, parrucchiere, salone di bellezza, palestra, vacanze esotiche e frequenti, a volte amanti.

Si annoiano lo stesso.

E allora provano con attività alternative: attraversano la fase del découpage, poi si buttano nelle creazioni handmade. Finché si stancano, di nuovo.

Queste donne hanno di solito non meno di due e non più di quattro pargoli a testa. Lo esige lo status sociale a cui appartengono.

Il numero non fa molta differenza, tanto se ne occupano le tate. Loro hanno altro da fare: feste, serate fuori, parrucchiere, salone di bellezza, palestra, vacanze esotiche e frequenti, a volte amanti.

Mandano i figli a scuole private e molto costose: non le hanno scelte in base allofferta formativa, ma alla compatibilità con i loro impegni mondani. Niente lezioni il sabato mattina, altrimenti il venerdì sera è compromesso.

Listruzione dei figli non è importante. Conta che vestano alla moda, abbiano tutto quello che possiedono i loro coetanei, siano popolari e belli, anche con qualche aiuto estetico.

Chessaràmai un giro dal chirurgo.

Provenienti da ambienti benestanti, le signore in questione hanno sposato uomini ancora più danarosi, spesso imprenditori di seconda o terza generazione che hanno ereditato lazienda di famiglia.

I mariti sono i bancomat di queste mogli trofeo

Dialogare di qualcosa che non siano vestiti, borse o gossip si rivela alquanto complesso: considerano insensata ogni divagazione dal tema.

Le osservo e mi domando se hanno ciò che vogliono e soprattutto se vogliono davvero ciò che hanno. Perché altrimenti non si spiegherebbe la loro noia. Forse seguono una traiettoria errante ed errata del desiderio? Mi sembrano profondamente infelici.

O forse sono solo invidiosa.

Vorrei essere come loro, vorrei essere loro.

Leggére, preoccupate solo del superfluo – ché di necessario ce n’è – circondate dal benessere, sempre ben pettinate e truccate, con molto tempo libero, abituate a viaggiare in prima classe e a vivere sopra la quotidianità dei più. Ma sempre annoiate, profondamente.

Proprio come me.

Questo racconto breve è stato pubblicato come contributo esterno dagli Alieni Metropoitani: http://www.raccontopostmoderno.com/2015/10/alta-societa/

Basta continuare a respirare

Tempo: le 16.00 di un pomeriggio di inizio febbraio.

Interno: un appartamento di un condominio in centro città.

Esterno: persone che camminano, auto, qualche ombrello perché non si sa mai che possa piovere.

Sono stata invitata ad un tè per festeggiare il compleanno di un’amica conosciuta al liceo, ormai una vita fa.

Eccoci qui: siamo 9 giovani donne in un salotto, alcune delle quali mai viste prima. Ma scorre sotterranea la consapevolezza di appartenere a un medesimo milieu culturale, un codice che si esplicita nell’abbigliamento

sembriamo esserci accordate: tutte con jeans scuri o pantaloni neri skinny, pullover morbidi tinta unita grigio beige nero possibilmente cashemere, gioielli preziosi ma non vistosi

e nell’atteggiamento

voce bassa, gesti calmi e rassicuranti di chi sa come ci si comporta in società, sedersi con schiena dritta e gomiti aderenti al busto, evitare risate troppo acute o prolungate

Tra di noi, espressione della borghesia provinciale, con solide – in senso finanziario più che altro – famiglie alle spalle, laureate, fidanzate/conviventi/sposate con uomini simili per provenienza e stile, le ricorrenze ormai si affrontano così. Con moderato entusiasmo. Nell’anno dello scavalco che segna la prossimità più ai 40 che ai 30 i compleanni si festeggiano in modo sobrio. MAI SOPRA LE RIGHE.

Ci siamo adeguate al clima di una città sospettosa verso chi e cosa non si conforma ai requisiti minimi richiesti a un buon borghese. Sogni di vite spericolate o percorsi di strade tortuose, non esattamente nei desideri dei nostri genitori, sono stati abbandonati per una più ragionevole vita convenzionale. In tempi di crisi meglio aggrapparsi alle tradizioni, si sa.

Il pomeriggio incede veloce: conversiamo di arte, cultura, progetti, figli per chi ne ha e per chi ne vorrebbe ma anche no, cucina vegana, moda, politica… dopo due ore così, tutte iniziamo a congedarci. Si sta avvicinando la sera e ognuna va verso i propri impegni.

In realtà credo che ci manchi l’aria. Troppi pensieri che non possono essere detti, desideri cancellati in nome della razionalità, nostalgia di ciò che volevamo diventare e avremmo potuto essere, consapevolezza nei nostri sguardi riflessi. Troppo di tutto.

E così ci infiliamo nei confortevoli cappotti bon ton o nei piumini pseudotecnici di griffes alla moda, indossiamo sciarpe guanti cappelli, ci baciamo sulle guance raccontandoci quanto ci abbia fatto piacere conoscerci o rivederci, ci diamo appuntamento ad una prossima occasione che sappiamo bene tutte non arriverà mai. Ci riappropriamo in fretta di un’apparenza che ci rassicura e ci permette di stare al mondo, prendiamo un bel respiro, apriamo la porta e usciamo. Ascensore, portone d’ingresso, strada. Un ultimo saluto e ognuna in direzioni diverse, anche se così simili. In fondo è facile: basta continuare a respirare.

Questo racconto breve è stato pubblicato dagli Alieni metropolitani: http://www.raccontopostmoderno.com/2015/04/basta-continuare-a-respirare/

Una storia banale

Una storia scontata, quasi tenera nella sua banalità.

Lei che è l’amante saltuaria – molto saltuaria – di lui che è solidamente sposato. Lei che si innamora, lui che oscilla tra il cercarla e il respingerla a causa di cattolici sensi di colpa.

Lei che mille volte si convince che è ora di finirla e gli scrive frasi in cui, tra il patetico e il paranoico, dà il suo addio. Lei che dopo massimo quindi giorni torna sui suoi passi e tutto inizia di nuovo uguale. Lui che oramai ha capito il refrain e non si prende neanche più la briga di risponderle: la lascia litigare con se stessa e aspetta.

Lui che non la cerca quasi mai. Lui che le ha detto chiaro dall’inizio che non vuole una storia. Che ama la moglie. Che non la lascerà mai. Lei che ha finto di accettare quelle regole del gioco ma solo perché non farlo significava smettere del tutto di giocare.

Lei che crede che, se persiste, alla fine lui si innamorerà. Lei che pensa che in realtà lui sia già un po’ innamorato, ma non lo voglia ammettere perché sarebbe destabilizzante.

Lei che si aggrappa a un “ti voglio bene” come a un boccaglio per prendere l’aria quando si va sott’acqua. Lui che continua a giocare, a farle intendere a parole che potrebbe esserci qualcosa di più per poi negarlo con i fatti.

Lei che non ce la fa più, ormai. E’ stanca, logorata, atrofizzata nei sentimenti che deve comprimere e non può esprimere perché teme che lui scappi. Per sempre. Lui che ignora lo strazio di lei e vive sereno.

Lei che prova a non farsi sentire per un po’, e intanto cerca di mettere insieme qualche frammento di sé e immaginare un futuro senza lui. Lui che in realtà non c’è mai stato, nel futuro di lei.

Lei che un giorno si sveglia e il primo pensiero non è per lui. Lei che ritrova un sorriso leggero sul viso. Lei che riconosce i colori delle cose, dopo tanto tempo.

Lui che decide di chiamarla. Di nuovo. Come se niente fosse. Lei che sente suonare il telefono e che ha un vuoto dentro quando legge il nome di lui. Lei che non vuole rispondere. Lei che sta ricominciando a vivere.

Lui che insiste, richiama. Lei che alla fine schiaccia “ok”. E, mentre ascolta lui che le parla, si dimentica di tutto. Lei che viene invasa da una distruttiva euforia, ha le guance calde e il battito veloce. Lei che non riesce a scegliere di volersi bene.

1 2 3